Partito di Alternativa Comunista

Dall'Egitto alla Libia

Dall'Egitto alla Libia
IL VENTO DELLA RIVOLUZIONE
NON PUO' ESSERE FERMATO!
 

 
di Riccardo Bocchese
rivoluzione egitto 2011

Il vento della rivoluzione soffia forte sul nord dell’Africa e né i governi locali né l'imperialismo sono in grado di fermarlo.
Prima la rivolta in Tunisia ha costretto, lo scorso venerdì 14 gennaio, Ben Ali alla fuga dopo 23 anni di dittatura. Poi la rivoluzione in Egitto di milioni di lavoratori, disoccupati e studenti che ha costretto Mubarak, lo scorso venerdì 11 febbraio, alla fuga, dopo 30 anni di potere.
Mentre scriviamo incalzano e si susseguono notizie di manifestazioni contro i regimi capitalistici di tutta l’area del Magreb e del Medio Oriente. In Bahrein, al terzo giorno di protesta, dopo l’uccisione d’alcuni dimostranti da parte della polizia, migliaia di persone manifestano ad oltranza. Hanno ribattezzato la piazza principale di Manama “Piazza Tahrir”, e urlano per un cambiamento di regime.
Nello Yemen continuano da alcune settimane gli scontri tra migliaia di dimostranti e polizia, con morti e feriti. Il popolo chiede le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, alleato degli Usa contro al Qaeda, al governo da oltre 30 anni. "Non abbiamo futuro in queste condizioni" dicono gli studenti di un Paese di 23 milioni d’abitanti il cui 40 per cento vive con meno di due dollari il giorno.
In Libia (a Bengasi sono segnalati scontri violenti tra alcune centinaia di manifestanti e la polizia) giovedì 17 febbraio si è tenuta la “giornata della rabbia” nonostante le proteste di piazza siano vietate dal colonnello Gheddafi, al potere ormai da 41 anni: diverse le vittime.
Venerdì 19 febbraio saranno i lavoratori e gli studenti dell’Algeria a tornare in piazza. Il malcontento è fortissimo e da gennaio sono già una decina i casi di disperati che si sono appiccati fuoco.
Il 20 febbraio sarà la volta del Marocco. Fino ad ora era stato l'unico Paese dell'area risparmiato dall'ondata di proteste. Ora su YouTube l'appuntamento è annunciato da 15 giovani marocchini che invitano tutti a partecipare alla manifestazione del 20 febbraio, con l’obiettivo dichiarato delle dimissioni dell’attuale governo e dello scioglimento del Parlamento, sull’onda dello scandalo suscitato dalla pubblicazione dei “file” di Wikileaks, nei quali si denuncia una ''avidità feroce'' dell'entourage di re Mohammed VI.
Il 23 febbraio è invece prevista una manifestazione di protesta in Camerun, considerato uno dei Paesi più corrotti al mondo. Proteste in solidarietà dell’Egitto e contro la politica d’Ahmadinejad sono in corso anche in Iran.
 
Il passaggio del potere all’ esercito è la speranza dell’imperialismo affinché nulla cambi
I commenti e le cronache giornalistiche navigano incerte tra l’entusiasmo delle folle d’egiziani in piazza, e la preoccupazione delle diplomazie occidentali di non riuscire a gestire il controllo della transizione.
La stessa Italia con il suo ministro degli esteri in tour in Siria, Giordania e Tunisia, in 24 ore, per tessere loro le lodi, è la dimostrazione della preoccupazione che destano i movimenti popolari. Il Capitale ha bisogno di stabilità, e di controllo per assicurarsi il profitto. Controllo che ora non è più assicurato. L’Italia è il primo mercato dei prodotti egiziani, il primo partner commerciale europeo e uno dei maggiori fornitori, dopo Stati Uniti e Cina. Molti grandi gruppi italiani sono presenti nel Paese: Eni, Unicredit, Ferrovie dello Stato, Italcementi, diverse industrie tessili e tanti altri ancora. Nessuno vuole rinunciare ai profitti da rapina che assicura un Paese dove il costo del lavoro è così basso: tutti hanno fatto qui investimenti a lungo termine, e ora stanno alla finestra, nell’attesa di capire come riposizionarsi.
Il grande entusiasmo statunitense, dimostrato alla notizia del passaggio di potere all’esercito, lascia capire che il popolo egiziano, liberandosi del governo e del parlamento, non si è ancora liberato completamente. Il capitale in generale, gli Stati Uniti in particolare, da sempre finanziano pesantemente l’esercito egiziano. Il Coespu   (Center of Excellence for the Stability Police Units), il “Centro d’eccellenza” che l’Arma dei Carabinieri ha creato a Vicenza per la “formazione e l’addestramento delle forze di polizia internazionali” ha già formato migliaia di poliziotti-militari di ben 12 Paesi africani tra i quali anche l’Egitto.
Tutti i media occidentali inneggiano alla rivoluzione egiziana, lavorando al contempo affinché “tutto cambi perché tutto rimanga come prima”.
E’ necessario che la rivoluzione egiziana disattenda questa speranza. I vertici dell’esercito egiziano che ha assunto il potere, in realtà, sono sempre stati la spina dorsale della dittatura egiziana.
L’Alto comando dell’esercito è proprietario di diverse imprese in vari settori dell’economia (controlla circa il 30-40% dell’economia del Paese), ed è anch’esso responsabile della fame e della miseria del popolo. L’esercito è un alleato fedele degli Usa e d’Israele, fedeltà che è ricompensata direttamente con gli aiuti militari di circa un miliardo e mezzo di dollari l’anno che gli Usa versano a quest’istituzione. Per questo per il popolo egiziano non è sufficiente essersi liberato da Mubarak.
Anche in questa situazione, però, è necessario distinguere i vertici corrotti e privilegiati dalla base. Sappiamo che c’è una divisione di classe nelle file dell’esercito la cui base ha fraternizzato, come spesso è accaduto nelle rivoluzioni, con le masse, ed è stato evidente la difficoltà dei soldati e degli ufficiali in basso grado di reprimere in molti casi le mobilitazioni. È necessario che i soldati possano rompere coi loro comandi superiori, spezzare così l'esercito e organizzarsi in comitati per unirsi alle rivendicazioni ed aspirazioni della classe proletaria egiziana in lotta.
Ma tutte le esigenze che si pongono per uno sviluppo della rivoluzione egiziana (costituzione di organismi di contropotere delle masse in lotta, comitati dei soldati in lotta, comitati di autodifesa, ecc.) possono essere risolti solo se nel vivo del processo si svilupperà una nuova direzione proletaria, comunista.
 
Nazionalizzazione di tutte le industrie e sequestro dei beni stranieri
In 30 anni di rapine il faraone Mubarak avrebbe accumulato, secondo il giornale Guardian, beni il cui valore è stimato in 50 miliardi d’euro. Soldi liquidi, quote di fondi, proprietà immobiliari in diversi Paesi, soprattutto negli Usa, conti suddivisi in banche americane, tedesche, britanniche, svizzere, scozzesi, spagnole, a Dubai. Da diverse fonti emerge che Mubarak  si fosse assicurato il 50% dei profitti di molte società straniere presenti in Egitto. Sarebbero documentati i "legami" con corporations straniere come Marlboro, Hermès, Mc Donald, Vodaphone, Hyundai, Chili, ecc. Ora il popolo deve riprendersi ciò che gli è stato tolto ma per portare a completamento la rivoluzione egiziana è necessaria la convocazione di un’Assemblea costituente rivoluzionaria con pieni poteri e dalla quale sia escluso chi abbia fatto parte degli organismi del regime di Mubarak, un’Assemblea costituente per rompere gli accordi con l’imperialismo e per espropriare i beni di Mubarak e dell’insieme dell’antico regime e costruire un governo operaio per condurre a un Egitto socialista, un nuovo potere al servizio dei lavoratori e delle masse popolari. E’ necessario rompere gli accordi militari e politici con l’imperialismo e Israele, espropriando al contempo le grandi imprese nazionali e multinazionali.
 
Il falso spettro dell’emigrazione e lo sbocco della rivoluzione
I Tunisini hanno rispedito al mittente l’offerta del governo italiano di un aiuto per il pattugliamento sul suolo tunisino, bollandola come “ingerenza”.
Negli ultimi cinque giorni l’emigrazione dalla Tunisia verso la vicina isola di Lampedusa ha raggiunto i 3.000 sbarchi, resi possibili dal depotenziamento della polizia, la mancanza di controlli, i costi che ora sono più bassi e il minore rischio (chi ci provava con Ben Ali poteva rimanere in prigione per tre anni). Sembra che ad emigrare sia stato chi lo aspettava da qualche tempo.
Non sembra verosimile che l’emigrazione dalla Tunisia aumenterà in futuro: chi ha fatto la rivoluzione, rischiando la propria vita, è difficile che l’abbia fatta con l’intenzione di abbandonare il proprio paese.
Dopo la Tunisia, la rivoluzione araba ha conosciuto una grande vittoria con la caduta di Mubarak in Egitto. Mubarak è stato un pilastro dell’ordine imposto dall’imperialismo nella regione, il cui centro è lo Stato d’Israele e la rivoluzione araba non sarà trionfante finché anche le masse palestinesi non saranno liberate dall’oppressione d’Israele.
La rivoluzione ha iniziato il suo cammino ponendo la questione del lavoro, del pane, della pace, ma affinché queste aspirazioni possano realmente rendersi concrete è necessario che la rivoluzione non si fermi alle compatibilità con l’imperialismo ed i suoi alleati ma che continui, nel quadro di una rivoluzione permanente, a marciare nella prospettiva di costruire una grande Federazione delle Repubbliche Socialiste Arabe.
 
 
 

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