Partito di Alternativa Comunista

La rivoluzione colombiana riprende il suo cammino

 

 

La rivoluzione colombiana riprende il suo cammino

 

 

 

 

 

di Salvatore de Lorenzo

 

 

 

 

 

Una nuova stagione rivoluzionaria si è aperta nel 2019, riportando sul terreno della lotta di classe il proletariato di diverse decine di Paesi, dall’America latina al Medio oriente e all’Africa, giungendo persino a turbare i progetti dell’imperialismo nella sua principale roccaforte, gli Usa. È estremamente improbabile che questa nuova stagione della rivoluzione mondiale possa essere riassorbita nel quadro di una nuova spartizione imperialista: la direzione che la crisi di lungo corso del sistema capitalista, iniziata nel 2008, ha intrapreso, è difatti quella di un approfondimento, per certi versi naturale perché intrinseco al modo di produzione capitalistico, dello sfruttamento e dell’oppressione delle classi subalterne, in tutti i Paesi del mondo. A completare questo quadro è sopraggiunto l’ulteriore tracollo della produzione mondiale innescato dalla pandemia di coronavirus che ha trascinato nella miseria centinaia di milioni di proletari in tutto il mondo. Nei Paesi dell’America latina, fornitori delle materie prime al mercato mondiale, le condizioni economiche di partenza, combinate con il crollo della produzione mondiale, hanno reso ancor più insopportabili le condizioni materiali di vita del proletariato, determinando una ripresa delle lotte ancor più veemente di quanto era accaduto nel 2019. Mentre scriviamo questo articolo, imponenti mobilitazioni di massa contro il governo del criminale Bolsonaro stanno riportando in discussione l’attuale assetto di potere in Brasile, il gigante dell’America latina.
In quel che segue cercheremo di descrivere gli eventi occorsi nell’ultimo mese in Colombia, dove, imperterrita, continua la mobilitazione di massa contro il governo borghese guidato dall’uribista Duque, nonostante sia in corso una efferata repressione da parte dei corpi speciali di polizia, condannata persino dalla stampa mainstream mondiale. È importante però ricordare che quanto sta accadendo in Colombia è solo una ripresa del processo rivoluzionario iniziato nel 2019, quando il più imponente sciopero di massa della classe operaia industriale colombiana scosse dalle fondamenta l’assetto di potere e poté essere riassorbito solo per il vergognoso comportamento delle centrali sindacali.


 

Il processo rivoluzionario del 2019

Le mobilitazioni del novembre del 2019 furono la risposta del proletariato colombiano al tentativo del governo borghese guidato da Duque di aggredire le condizioni materiali dei lavoratori attraverso il cosiddetto (primo) Paquetazo, cioè una serie di misure economiche tra cui spiccava la riforma, in senso peggiorativo, delle pensioni, oltre a misure di precarizzazione del lavoro e di defiscalizzazione delle imprese. Contro queste misure nacque, nell’ottobre del 2019, un fronte unico di classe costituito dai rappresentanti delle diverse realtà sindacali e politiche del movimento operaio, che diede vita al Comitato nazionale di sciopero (Comité Nacional de Paro, Cnp). Dati i rapporti di forza, il Cnp fu egemonizzato dai dirigenti sindacali delle organizzazioni della sinistra riformista e dai dirigenti concertativi della Cut (Central Unitaria de Trabajadores), il principale sindacato di massa colombiano.
Il malcontento dei lavoratori colombiani costrinse il Cnp a indire lo sciopero generale del 21 novembre del 2019, che rappresentò il più imponente sciopero della classe operaia industriale dopo il «paro civico» del 1977. Quello scioperò costituiva dunque un chiaro segnale che qualcosa era radicalmente cambiato nello scontro tra capitale e lavoro in Colombia: milioni di lavoratori scesero difatti in piazza al grido di «via Duque!» e vi furono scontri tra l’efferato apparato poliziesco e le squadre paramilitari fasciste al soldo dello Stato borghese colombiano da un lato e i lavoratori dall’altro. Le manifestazioni si protrassero per alcune settimane e vi furono alcuni morti, decine di feriti, e le retate della polizia nelle sedi delle associazioni sociali, culturali, sindacali e politiche.
Purtroppo, già nel 2019 si verificò un vergognoso dietrofront del Cnp, che capitolò alle logiche di collaborazione di classe con la borghesia. Il giorno successivo al grande sciopero, invece che estendere la protesta e spingere i lavoratori a sviluppare organismi di auto-organizzazione della produzione e di autodifesa dalla repressione, il Cnp invitò i lavoratori a rientrare al lavoro. Una gran parte delle masse in protesta scavalcò però il freno imposto dal Cnp e le lotte si protrassero per alcune successive settimane. Il Cnp riuscì molto lentamente a far rifluire la lotta, attraverso la costruzione di una piattaforma di centinaia di rivendicazioni che portò poi al tavolo del governo Duque, senza però ottenere nulla in cambio. L’unico obiettivo raggiunto dalle aristocrazie operaie, alla testa del Cnp e al servizio della borghesia, fu quello di far evaporare, seppur lentamente, la pressione delle masse in lotta e consentire al governo Duque di farla franca.


 

L’approfondimento della crisi economica

Dopo gli episodi del 2019, la crisi economica mondiale si è ulteriormente aggravata a causa del crollo mondiale della produzione innescato dalla pandemia, peggiorando di conseguenza le condizioni materiali di vita dei lavoratori di tutto il mondo e quindi anche di quelli colombiani. Se è vero che nel 2020 l’economia colombiana aveva registrato un incremento del Pil di oltre il 3%, quello che gli economisti borghesi dimenticano di raccontare, quando usano questi indicatori economici per illudere le masse su una possibile uscita dalla crisi economica della Colombia, è che nemmeno una frazione impercettibile del Pil è stata utilizzata per migliorare le condizioni materiali delle classi subalterne colombiane. Peraltro, utilizzare il Pil come unico parametro indicativo del funzionamento dell’economia di un assegnato Paese è uno stratagemma puramente propagandistico dei pennivendoli della borghesia. Difatti, anche nel 2019 e negli anni precedenti il Pil della Colombia aveva mostrato un saldo relativamente positivo (superiore al 2%) ma la ricchezza prodotta era stata incamerata esclusivamente dalla grande borghesia colombiana e dall’imperialismo, che anche durante questa crisi sono riusciti ad arricchirsi ulteriormente.
Se invece si guarda alle condizioni economiche della classe operaia colombiana nel suo insieme si può osservare che, a partire dalla crisi del 2008, le tasche dei lavoratori sono state progressivamente svuotate. Ad oggi il salario minimo è attorno ai 200 dollari, mentre quello medio, attorno ai 300 dollari, è molto basso in rapporto al costo della vita. Per intenderci, un lavoratore colombiano avrebbe bisogno di un salario almeno pari al doppio di quello medio attuale per poter arrivare dignitosamente alla fine del mese. E questa situazione viene progressivamente aggravata dall’inflazione del pesos colombiano, il cui tasso annuale di crescita, intorno al 5%, è molto più elevato di quello delle valute dei Paesi imperialisti (è ad esempio circa 3 volte superiore al tasso di inflazione italiano). Questo deprezzamento della moneta nazionale è principalmente determinato dal crescente indebitamento della Colombia nei confronti dell’imperialismo, principalmente quello Usa. La stessa bilancia delle partite correnti (differenza tra quanto entra nelle casse dello Stato per le esportazioni e quanto esce per le importazioni) mostra un saldo negativo e progressivamente decrescente a partire dalla crisi del 2008, analogo a quello di molte altre economie dell’America latina. Ciò accade perché i Paesi dell’America latina, inclusa la Colombia, nel quadro dell’attuale divisione internazionale del lavoro, svolgendo principalmente la funzione di fornitori delle materie prime alle multinazionali imperialiste, sono molto più sensibili alle oscillazioni della produzione mondiale. Si giunge quindi al paradosso, solo apparente, che un Paese come la Colombia, ricchissimo dal punto di vista delle risorse naturali (petrolio, ferro, oro, smeraldi solo per citare le principali) non è in grado di fornire ai nove decimi della sua popolazione le condizioni minime di sussistenza.
Il crollo della produzione mondiale, conseguente alla pandemia, ha poi drasticamente peggiorato le condizioni di vita delle masse colombiane; nel 2021 il Pil ha mostrato un saldo negativo pesantissimo, attorno al -7%. La percentuale della popolazione sotto la soglia di povertà, che prima della pandemia era attorno al 36%, nel giro di pochi mesi ha raggiunto il 43% della popolazione e 2.800.000 colombiani sono oggi costretti a vivere con 32 euro di reddito. Al contempo la pandemia ha portato alla luce i disastri di un sistema sanitario che è per la gran parte nelle mani dei privati, a causa di quella legge 100 con cui, nei primi anni Novanta, l’allora presidente liberale Gaviria impresse la svolta neoliberista all’economia colombiana, sulla falsariga di quanto si era sviluppato qualche anno prima in Cile con l’avvento dei Chicago boys alla direzione economica dello Stato cileno. Ad oggi la pandemia ha prodotto nel Paese circa 85.000 morti e oltre 3,5 milioni e mezzo di contagiati e ha riproposto tutti i disastri di un sistema in cui la gran parte dei lavoratori, non disponendo di soldi a sufficienza, non può permettersi di acquistare i pacchetti sanitari (i cosiddetti Eps) dai manager delle assicurazioni sanitarie, e quindi è privata, di fatto, del diritto alle cure sanitarie.


 

L’ascesa delle masse colombiane

In questo quadro economico, incurante dei disastri prodotti anche durante la pandemia, il governo Duque ha riproposto agli inizi di aprile un pacchetto di misure, il cosiddetto Paquetazo (il secondo, dopo quello del 2019), il cui fine principale doveva essere quello di recuperare diverse decine di milioni di pesos attraverso l’aumento della tassazione delle classi subalterne. Il nuovo Paquetazo include difatti sia una riforma fiscale per l’innalzamento dell’Iva al 19% che una riforma tributaria finalizzata ad estendere l’area di tassazione alle fasce sociali con redditi particolarmente bassi. All’interno del Paquetazo vi è anche una proposta di riforma del sistema sanitario, la cosiddetta legge 010, che però punta ad approfondire ulteriormente la privatizzazione della sanità e ad accentuare la concentrazione monopolistica del sistema di assicurazioni private che gestiscono la gran parte del sistema sanitario in Colombia. Contro tale legge si è espressa anche la Federazione dei medici colombiani che, sul suo sito, ha aspramente criticato il contenuto della legge 010 affermando tra l’altro che: «la salute non viene garantita come diritto fondamentale e l'approfondimento del business sanitario è evidenziato sia nei monopoli che negli oligopoli degli intermediari finanziari».
Di fronte a queste misure il malcontento ha ripreso vigore tra i lavoratori e il Cnp è stato stavolta costretto ad indire un nuovo sciopero nazionale per il 28 aprile. Nonostante una sentenza della corte vietasse la mobilitazione, lo sciopero ha visto una straordinaria adesione della classe lavoratrice che, persino nelle sottostime della stampa borghese, avrebbe superato il 73% delle adesioni. Ma sono soprattutto le immagini delle imponenti manifestazioni in tutte le principali città del Paese come Bogotà, Cali e Medellin, sino ai più piccoli centri di provincia, a indicare chiaramente il profondo disprezzo delle classi subalterne nei confronti del governo Duque.
Nonostante la mobilitazione del 28 aprile fosse ancor più imponente di quella del 21 novembre del 2019, già il giorno successivo, seguendo la stessa logica del 2019, il Cnp ha invitato però nuovamente i lavoratori ad abbandonare le manifestazioni e a fare delle assemblee virtuali. E anche stavolta i lavoratori, le donne, i giovani e gli indigeni, scavalcando le direzioni burocratiche sindacali hanno continuato a manifestare e a mobilitarsi contro il governo Duque. Ad oggi, le mobilitazioni, i blocchi, le assemblee, continuano in ogni angolo del Paese. Per comprendere la natura di massa del fenomeno è sufficiente ricordare che le organizzazioni per i diritti umani hanno contato, solo nei primi dieci giorni, circa 250 mobilitazioni e 800 marce, che hanno interessato circa 700 località colombiane. La reazione militare del governo Duque è stata efferata, producendo ad oggi una sessantina di morti ufficiali, che sono però una chiara sottostima del numero di crimini compiuti dal governo Duque, poiché non tiene conto dell’elevato numero di desaparecidos, oltre 200. Le immagini che giungono dalla Colombia indicano scenari da guerra civile. Alla testa della repressione, contro manifestanti il più delle volte inermi, vi è l’Esmad, il famigerato corpo speciale di polizia che, oltre agli omicidi, si è reso responsabile del ferimento di migliaia di lavoratori e delle violenze sessuali di diverse decine di attiviste. In molti casi gli agenti dell’Esmad si infiltrano tra i manifestanti allo scopo di creare disordini in modo da poter legittimare la successiva repressione. Le carceri colombiane sono attualmente strabordanti di attivisti, nell’ordine di molte centinaia. La barbarie dell’Esmad e dei gruppi paramilitari fascisti che appoggiano il criminale Duque ha fatto scalpore persino sui mezzi di informazione borghesi, costringendo l’Onu e l’Ue ad un’ipocrita condanna delle violazioni dei diritti umani in Colombia: la borghesia europea, che al pari di quella di tutto il mondo si è arricchita dallo sfruttamento delle risorse naturali dell’America latina e dallo sfruttamento salariale delle manodopera a basso costo dei Paesi semi-dipendenti, ha la stessa responsabilità politica e morale di Duque nella repressione dei lavoratori colombiani.
Come sottoprodotto della rivoluzione, il ministro delle finanze Carrasquilla è stato costretto alle dimissioni e il governo Duque ha dovuto, perlomeno temporaneamente, accantonare il Paquetazo.
A metà maggio, dopo quindici giorni di proteste, il Cnp era già seduto al tavolo con il governo alla ricerca di un accordo con i rappresentanti criminali della borghesia colombiana. Questo vergognoso accodamento del Cnp non è casuale. Come nel 2019, le aristocrazie operaie che sono alla testa del Cnp cercano in tutti i modi di trovare una soluzione che consenta alla borghesia colombiana di uscire indenne dalla sollevazione di massa, magari prospettando un semplice cambio di governo all’interno dell’attuale assetto istituzionale. Mentre i giovani, le donne, i lavoratori colombiani affrontano ogni giorno la repressione della polizia agli ordini del criminale Duque, le forze della sinistra riformista come Alianza Verde, Dignidad e maoista come Moir invocano «l’unità nazionale» per superare la crisi del Paese, spingendosi sino al punto di pubblicare una dichiarazione contro i «prolungati blocchi in tutto il Paese che pregiudicano il diritto alla vita, alla salute e al cibo di milioni di connazionali di ogni condizione sociale e colpiscono gravemente l'attività economica e l'occupazione nelle diverse regioni».


 

L’intervento del Pst

Il Pst, sezione colombiana della Lit-Quarta Internazionale, ha denunciato il vergognoso comportamento della direzione del Cnp e dei partiti della sinistra riformista e maoista, invocando una riunione di emergenza per destituire l’attuale direzione del Cnp e procedere all’elezione di delegati eletti dalle assemblee popolari, dai consigli di fabbrica, dai comitati di lotta e revocabili dalle stesse assemblee elettive. Risulta difatti evidente che è l’attuale direzione Cnp il principale ostacolo all’approfondimento del processo rivoluzionario in corso in Colombia. La propensione eroica alla lotta delle masse colombiane è il punto ineludibile di partenza per un cambio di regime in Colombia, ma non è di per sé sufficiente. Affinché si verifichi un salto di qualità della rivoluzione colombiana è necessario che, in questa fase convulsa e drammatica, a partire dalle migliaia di mobilitazioni e blocchi e dalle tante assemblee che si sviluppano nelle fabbriche, nelle campagne e nei quartieri popolari in ogni angolo del Paese si costruisca una direzione rivoluzionaria in grado di organizzare il controllo della produzione agricola e industriale e porla sotto il controllo delle masse in lotta. E che, allo stesso tempo, organizzi, nei luoghi di lavoro, nelle campagne e nelle mobilitazioni, l’autodifesa dagli attacchi dell’Esmad e dei gruppi paramilitari fascisti al servizio della borghesia colombiana.

Il Pst, sezione colombiana della Lit-Quarta Internazionale, in prima linea nelle mobilitazioni di massa, è al servizio di questo processo.

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