Dossier sulle lotte in Spagna

a cura della Redazione web
In Spagna il governo Sanchez ha convocato nuove elezioni, dopo manifestazioni oceaniche che sabato scorso hanno attraversato Madrid e altre città dello Stato spagnolo. La questione della casa (affitti altissimi, sfratti sempre più frequenti, ecc) è diventata esplosiva e si è tradotta prima in un accampamento permanente a Puerta del Sol a Madrid, poi in manifestazioni di massa in varie città. Il caso di Maricarmen, donna di 87 anni sfrattata senza pietà dalla sua abitazione (poi purtroppo deceduta) è diventato la scintilla che ha fatto scoppiare l’incendio. Trovate qui due articoli scritti dai compagni e dalle compagne della sezione spagnola della Lit-Quarta Internazionale (Corriente Roja), che stanno partecipando alle mobilitazioni (La Redazione Web).
La Spagna verso
lo sciopero generale
di Corriente Roja
Gli avvenimenti politici delle ultime settimane si sono susseguiti a un ritmo vertiginoso. Le forti mobilitazioni, la bocciatura dei decreti sull’alloggio in Parlamento e l’anticipo delle elezioni sono una dimostrazione della fragilità del governo. I due decreti sull’alloggio, respinti con i voti del Pp, di Vox e di Junts [indipendentisti catalani], saranno approvati in un nuovo Consiglio dei ministri per poi essere trasmessi alla Deputazione Permanente – che sostituisce le Camere una volta sciolte – dove Sánchez non ha bisogno di Junts. Una vera e propria manovra con intenti elettorali per cercare di presentare il Psoe come l’unica opzione possibile per attuare misure in materia di alloggi, eludendo così il nocciolo della questione: i decreti sono del tutto insufficienti e non rappresentano alcuna soluzione reale.
Il governo più progressista della storia
Sánchez governa da oltre 8 anni e, in tutto questo tempo, il suo governo non ha approvato nessuna misura volta a creare un parco immobiliare di alloggi in affitto pubblico. La spiegazione è molto semplice: farlo richiederebbe di scontrarsi con gli interessi economici dei grandi proprietari immobiliari, delle banche, dei fondi avvoltoio, dei fondi di investimento, del capitale straniero.
Sebbene Sánchez cerchi di presentarsi come l’unica alternativa, il «meno peggio» rispetto al Pp e a Vox, le ultime due legislature del Psoe, lungi dal frenare l’ascesa dell’estrema destra, le hanno spianato la strada. Oggi l’estrema destra governa nella maggior parte delle Comunità Autonome e, probabilmente, il Pp e Vox riusciranno a formare un governo dopo le elezioni del 29 novembre. Definirsi il governo più progressista della storia mentre la classe lavoratrice diventa sempre più povera crea un terreno fertile per la reazione.
La realtà è che da anni non riusciamo a invertire la rotta né a difenderci dagli attacchi sferrati dallo stesso Psoe, come l’ultima riforma del lavoro. E nel capitalismo in crisi gli attacchi sono destinati ad aumentare. Le lotte di massa in Francia contro tagli storici sono una risposta al piano di austerità che si sta cercando di imporre in tutta l’UE.
La convocazione elettorale
Ci troviamo di fronte a delle elezioni in cui non avremo alcuna alternativa per la classe lavoratrice. Il fronte elettorale a sinistra del Psoe, nello scenario polarizzato che si profila, è la riedizione, per la terza volta consecutiva, dell’alleanza Podemos-Sumar, la cui crisi esprime il fallimento del progetto neo-reformista.
Parallelamente, vediamo come la destra e l’estrema destra, sempre più sfacciate, minaccino di attuare una moltitudine di «riforme» da applicare una volta al governo. È per questo che, qualunque sia il governo che emergerà dalle prossime urne, in particolare di fronte a un governo Pp-Vox, è indispensabile creare un fronte unico di lotta della classe lavoratrice e dei suoi alleati. Il modo per contrastare l’estrema destra e dimostrare ai lavoratori e alle lavoratrici che essa non risponde ai nostri interessi è l’organizzazione di massa e la lotta, nonché una battaglia ideologica permanente, per dimostrare che il problema non sono le persone della nostra classe, come gli immigrati, bensì i capitalisti, che anche il Psoe difende.
Dobbiamo aprire una nuova strada che miri a superare quella nuova-vecchia sinistra che non ha altro orizzonte se non quello di conquistare quote di potere sempre maggiori per gestire il capitalismo, in un mondo che brucia a causa della guerra e della crisi sociale ed ecologica.
Verso lo sciopero generale!
L’indizione dello sciopero generale dell’11 novembre prossimo «per il diritto alla casa e a salari dignitosi per pagarla», promossa dal sindacalismo alternativo in unità d’azione con il Sindacato delle Inquilini e sostenuta da Ccoo e Ugt [le due più grandi confederazioni sindacali], risponde all’enorme pressione di un movimento che, nelle ultime settimane, ha guidato una vera e propria rivolta popolare che ricorda la mobilitazione del 15M [indignados] di quindici anni fa.
L’indizione dello sciopero generale è un’opportunità per tutta la classe lavoratrice di presentare le nostre richieste e rivendicazioni, per dimostrare che esistiamo come classe, con problemi comuni e che senza di noi il Paese non funziona. Dobbiamo fare in modo che lo sciopero generale sia il più partecipato possibile per fermare le banche, i padroni e le istituzioni: se non ci vengono garantiti alloggi e salari dignitosi, fermiamo la produzione e non lavoriamo!
Affinché lo sciopero generale abbia successo, è necessario che tutti i settori dei lavoratori attualmente impegnati in lotte - come il settore dell’istruzione, tra gli altri - si uniscano e costruiscano lo sciopero. Inoltre, tutto il movimento delle assemblee di quartiere e popolari deve trasformarsi in un luogo di organizzazione dello sciopero: le assemblee per l’alloggio, quelle studentesche, i centri sociali, i gruppi culturali, chi lotta contro l’oppressione… Dobbiamo riuscire a mettere tutte le istituzioni operaie e popolari al servizio della costruzione dello sciopero, intervenendo nei quartieri, nelle fabbriche e nei centri di studio.
Noi, come classe operaia organizzata, dobbiamo lottare per imporre un programma che preveda espropri delle abitazioni dei grandi proprietari, delle grandi multinazionali energetiche e delle banche; un programma che annulli le privatizzazioni di tutti i servizi pubblici e che garantisca salari e pensioni dignitosi per arrivare a fine mese; che decida cosa sia pubblico e chi debba controllarlo: per questo serve uno Stato diverso.
Il problema abitativo e gli inganni
della sinistra borghese
di Jordi Jaime Sanz
Il caso di Maricarmen, 87 anni, sfrattata dalla sua abitazione, e altri casi altrettanto dolorosi, come quello di una vicina di Hospitalet de Llobregat, Olga, che si è tolta la vita dopo che il fondo di investimento non le aveva rinnovato il contratto di affitto sociale, ottenuto a seguito della cessione della sua abitazione ipotecata, hanno intensificato la mobilitazione sociale per trovare una soluzione alla manifesta mancanza di accesso all’alloggio da parte di un settore importante della popolazione.
In questo momento c’è un accampamento che occupa gran parte della piazza di Puerta del Sol a Madrid e la macchina elettorale dei partiti politici parlamentari, molti dei quali responsabili della situazione attuale, si è messa in moto.
È quindi necessario analizzare cosa si nasconde dietro le proposte di tali partiti e se rappresentino una soluzione reale al problema dell’accesso alla casa o se si tratti semplicemente di propaganda elettorale, nonché osservare come i concetti vengano distorti e le parole modificate per trasformare soluzioni valide in proposte sterili.
1. Espropriazione
La soluzione di costruire un grande complesso di immobili residenziali pubblici (o, per alcuni, semplicemente di alloggi sociali) in un arco di tempo di 6 o 10 anni, tenendo conto della situazione di emergenza nell’accesso alla casa da parte di gran parte della popolazione, è poco credibile come soluzione immediata al problema.
Inoltre, costruire alloggi in massa, oltre a servire gli scopi di lucro delle imprese edili e dei promotori privati, è, in un certo senso, un’assurdità considerando tutto il patrimonio abitativo già edificato. Non mancano gli alloggi, ma creare un complesso pubblico di residenze in breve tempo è l’unica soluzione strutturale e realmente efficace per risolvere fin da subito il problema abitativo. A tal fine, la questione dell’espropriazione degli alloggi sfitti di proprietà di banche, fondi di investimento e società immobiliari, è all’ordine del giorno.
In tal senso, Irene Montero (ministra del governo Sánchez di Podemos) ha affermato sabato scorso durante la manifestazione a Madrid, conclusasi con l’accampamento in piazza Puerta del Sol, che occorre «espropriare le 650.000 abitazioni che sono nelle mani dei fondi predatori per destinarle all’affitto sociale».
Ci rallegriamo che Podemos parli finalmente di espropriare gli alloggi dei fondi avvoltoi come una delle soluzioni possibili alla situazione attuale, poiché si tratta di una misura che noi rivendichiamo da anni, per non dire da più di un decennio. Tuttavia, c’è una differenza tra Podemos e noi, che è molto rilevante per la questione dell’espropriazione: Podemos è a favore del pieno rispetto della Costituzione spagnola, mentre noi non accettiamo tale quadro normativo.
E cosa c’entra questo con l’espropriazione degli alloggi dei fondi criminali? Molto, perché l’articolo 33 della Costituzione spagnola, dedicato al diritto alla proprietà privata, come ben sa Montero, prevede il risarcimento del proprietario a cui vengono espropriati i beni. È un diritto fondamentale della Costituzione del 1978.
Quando i cittadini dello Stato spagnolo votarono in referendum la Costituzione oggi in vigore, molti di loro in realtà non sapevano cosa stessero votando perché, tra le altre cose, alla fine della Costituzione spagnola sono indicate le leggi franchiste abrogate, ma non quelle non abrogate.
Che triste storia quella di essere un sostenitore del regime del 1978 [quello che ha gestito la transizione soft dal franchismo all’attuale regime politico]!
Ebbene sì, perché, come ben sa Podemos, una delle leggi franchiste che la sua immacolata Costituzione non ha abrogato è stata quella sull’espropriazione coatta del 1954, e ogni esproprio effettuato oggi nello Stato spagnolo deve avvenire in base a tale legge. Che sfortuna!
Risulta che per espropriare le 650.000 abitazioni dei fondi speculativi, si dovrebbe innanzitutto dichiarare che tali beni immobili sono di pubblica utilità. Sicuramente, per espropriarli, dato il loro ingente volume, si dovrebbe promulgare una legge da far approvare alle Cortes e infine si dovrebbe avviare un lungo procedimento giudiziario per ogni pratica di espropriazione relativa al singolo immobile poiché, se l’Amministrazione e il fondo predatore non sono d’accordo sul valore di questi e sulla transazione che comporta l’espropriazione, si dovrebbero indennizzare i proprietari, ovvero ai fondi speculativi, con il giusto prezzo stabilito da una giuria…
In sintesi, considerando, come ben sanno Montero e Podemos, che la giustizia spagnola si caratterizza per la sua lentezza e che la maggior parte dei giudici non è esattamente progressista, l’espropriazione di 650.000 abitazioni dai fondi avvoltoi, nel quadro costituzionale, nel rispetto del diritto alla proprietà privata e seguendo i canoni della legge franchista sull’espropriazione coatta, è, di fatto, impraticabile, almeno a breve termine.
Si tratta più che altro di una promessa irrealizzabile che svolge una funzione di propaganda elettorale (attenzione! Entro i limiti imposti dalla Costituzione spagnola) piuttosto che altro.
Naturalmente, pur sapendo tutto ciò, né Montero né Podemos né gli altri partiti politici parlamentari di sinistra che lo propongono chiariscono alla popolazione tutto questo e, quando lo fanno, è per esaltare i vantaggi di quella procedura a cui abbiamo accennato e per sostenere la Costituzione spagnola. Tuttavia, incoraggiamo Podemos e tutti i partiti parlamentari di sinistra a proseguire su questa linea, affinché la gente possa comprendere l’importanza di superare il quadro costituzionale per risolvere i propri problemi quotidiani…
2. Espropriazione temporanea
Forse una delle parole più altisonanti che i partiti parlamentari di sinistra hanno lanciato ai media (per dare l’impressione di volere una soluzione radicale) è stata quella di «espropriazione», ma, consapevoli alcuni di loro della difficoltà di espropriare le abitazioni nelle mani dei grandi proprietari nello Stato spagnolo, hanno accompagnato tale parola con l’espressione «temporanea».
Si tratta di una distorsione del concetto stesso. Il termine «espropriazione» deriva etimologicamente dalla radice latina ex– (fuori da) e proprius (proprio o appartenente a), ovvero significa privare qualcuno della proprietà.
Secondo la definizione del dizionario della Real Academia de la Lengua Española, l’espropriazione consiste nel «privare una persona della titolarità di un bene o di un diritto, concedendole in cambio un indennizzo».
A prescindere dal fatto che noi definiamo «espropriazione senza indennizzo» la confisca delle abitazioni sfitte di proprietà di banche, fondi di investimento e società immobiliari, ricorrere all’espropriazione temporanea significa snaturare il concetto stesso di espropriazione, proprio come accade, per analogia, con i contratti di lavoro a tempo indeterminato che prevedono un indennizzo minimo in caso di licenziamento ingiustificato in ambito lavorativo; in altre parole, significa indebolire il concetto stesso di esproprio, poiché un’espropriazione temporanea comporta, per definizione, la restituzione della proprietà al suo proprietario. Forse in quel caso sarebbe più corretto parlare di cessione e non di espropriazione in senso stretto. C’è persino chi sostiene che, nell’espropriazione del diritto d’uso, questa non comporti in realtà la perdita della proprietà da parte del proprietario.
Tuttavia, l’espropriazione temporanea non rappresenta una novità nel panorama legislativo dello Stato spagnolo. In Catalogna, ad esempio, la legge 4/2016, del 23 dicembre, sulle misure di tutela del diritto all’alloggio – una legge di quasi dieci anni fa ancora in vigore – prevede, all’articolo 15, l’espropriazione coatta degli alloggi (è curioso che nessuno, per lo più, ci stia prestando attenzione proprio ora!).
Tuttavia, il suo comma 1 chiarisce che «se l’espropriazione coatta riguarda solo l’uso dell’abitazione» – proprio come richiesto da Irene Montero nella sua misura espropriativa – «la durata deve essere di un periodo massimo di sette anni». Temiamo fortemente che, se i proprietari devono essere indennizzati, in alcuni casi venga loro corrisposto un canone di locazione «sociale», per poi, alla fine, restituire loro la proprietà o l’uso; è persino possibile che, a seconda dei casi, escano avvantaggiati dall’operazione.
Si tenga inoltre presente che la modifica della legge 4/2016 da parte della legge 1/2022, del 3 marzo, non ha modificato affatto questo quadro e che, inoltre, la legge 1/2022 prosegue a dichiarare che quanto previsto dal comma 4 dell’articolo 15 della legge 4/2016 sostiene che « È requisito per avviare la procedura di espropriazione di cui al comma 2 richiedere preventivamente al proprietario dell’abitazione interessata di adempiere all’obbligo che essa sia occupata legalmente per costituire la residenza delle persone, con l’avvertimento che, se non ne dimostra l’occupazione entro un mese, può essere dichiarata la mancata adempienza alla funzione sociale dell’abitazione ai fini dell’avvio della procedura di espropriazione».
In altre parole, oltre a ricevere l’avvertimento, il proprietario dispone di un mese per sanare la presunta irregolarità.
Inoltre, l’articolo 3 della stessa legge 4/2016, riferendosi all’espropriazione, parla di espropriazione temporanea di alloggi sfitti e di espropriazione del diritto d’uso (che, come abbiamo visto, è anch’essa temporanea) come possibili forme di intervento delle amministrazioni pubbliche della Catalogna, e non di espropriazione tout court.
Comunque sia, come si può supporre e come abbiamo visto finora, tale legge non ha comportato un cambiamento significativo nell’accesso all’alloggio per l’insieme della popolazione né un aumento sostanziale del parco abitativo pubblico.
3. Alternativa abitativa
Un altro elemento che è stato distorto, sicuramente in modo intenzionale, è il tipo di alternativa che l’amministrazione deve offrire alla popolazione che subisce un’azione di sfratto e non ha alcuna alternativa abitativa a causa della propria condizione di vulnerabilità.
Lo stesso Sindacato delle Inquilini e i mezzi di comunicazione parlano di alternativa abitativa. Ma dal movimento per la difesa del diritto alla casa, almeno in Catalogna, ampi settori hanno tradizionalmente sostenuto che tale alternativa debba consistere in un alloggio vero e proprio, non in una generica «alternativa abitativa». Non si tratta solo di una discussione semantica: il termine «abitativa» può far intendere che l’alternativa offerta dall’amministrazione possa consistere in qualsiasi misura di ricollocazione, che si tratti di un rifugio, di una pensione, ecc.
In tal senso, le denunce presentate al Comitato per i diritti economici, sociali e culturali (Onu) per violazione da parte dello Stato spagnolo dell’obbligo di promuovere le condizioni necessarie per il diritto a un alloggio dignitoso, pur non rappresentando alcuna minaccia per i proprietari, per i governi né per lo Stato stesso – poiché sono così difficili da portare avanti da parte della popolazione vulnerabile (con un parere che può richiedere anni) e vengono risolte con estrema lentezza - hanno il pregio di poter richiedere allo Stato spagnolo l’adempimento del proprio impegno internazionale di adottare le misure appropriate per garantire il diritto del denunciante a un alloggio adeguato, non un alloggio qualsiasi (articolo 11.1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e articolo 5 del suo Protocollo facoltativo). Possono rivelarsi una misura efficace in qualche caso concreto, sebbene non mettano affatto in discussione il sistema, la sua facciata né lo status quo della proprietà speculativa e degli elevati prezzi delle abitazioni, poiché, tra le altre cose, il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali dipendente dall’Onu non intende, in linea con il tenore di tali articoli, minacciare lo Stato spagnolo di escluderlo dal Patto internazionale nonostante la sua sistematica violazione di tale obbligo.
È necessario sottolineare l’espressione «alloggio adeguato» contenuta nel Patto internazionale sottoscritto dallo Stato spagnolo nel 1977, poiché un centro di accoglienza non è un luogo adeguato in cui le famiglie vulnerabili possano vivere e la minaccia di perdere i propri figli incombe sui genitori di una famiglia già sufficientemente provata dallo sfratto. Questo è uno dei motivi per cui tante famiglie non vogliono essere sfrattate e rivendicano, com’è logico, un’alternativa abitativa. Ridurre tale rivendicazione a una semplice alternativa abitativa significa, in poche parole, fare il gioco delle diverse amministrazioni dello Stato. È quindi necessario richiedere un’alternativa abitativa alle amministrazioni prima che avvenga lo sfratto, anche solo nell’interesse superiore del minore.
4. Alloggio sociale
Dietro il termine «sociale» si nasconde una realtà che i partiti politici parlamentari di sinistra, i governi e persino le organizzazioni per la difesa del diritto alla casa, come quella di cui faceva parte la stessa Irene Montero, non hanno osato confessare per molti anni.
I media lasciano intendere che per «alloggio sociale» si intenda quello in cui l’affitto è accessibile per l’inquilino/a, ma negli affitti sociali c’è un aspetto che non viene reso esplicito all’opinione pubblica: una cosa è ciò che paga l’inquilino/a in questi affitti e un’altra è ciò che riceve il proprietario dell’immobile (quando l’alloggio è di proprietà privata). Ed è proprio qui che risiede il problema che solitamente viene nascosto.
Negli affitti sociali, l’inquilino o l’inquilina, che si tratti di una famiglia vulnerabile o di una singola persona, paga solo una piccola parte dell’affitto. La maggior parte di tale canone, quando si tratta di un immobile di proprietà privata, viene pagata dall’amministrazione. Ciò significa che negli affitti sociali, quando la proprietà dell’immobile è privata, oltre al canone pagato dall’inquilino o dalla famiglia vulnerabile, l’amministrazione contribuisce con denaro (la parte del leone di quel canone) fino a completare l’affitto normalmente concordato con il proprietario, sia per evitare lo sfratto di quell’inquilino o di quella famiglia vulnerabile, sia perché il proprietario ha liberamente deciso di inserire la propria abitazione in un programma dell’amministrazione per incassare gli affitti in questo modo (in questo capitolo rientrerebbe tutto ciò che costa allo Stato l’indennizzo dei proprietari nelle moratorie anti-sfratto, ecc.).
Quando i media annunciano e diffondono la notizia che uno sfratto è stato bloccato e che il proprietario si è reso disponibile a concedere un affitto sociale a chi stava per essere sfrattato, raramente parlano dei canoni che il proprietario percepirà dall’amministrazione per quell’affitto sociale. Si diffonde la notizia che la persona o la famiglia che stavano per essere sfrattate ne sono uscite vincitrici (il che è vero) e il governo in carica o, in alternativa, l’organizzazione per la difesa del diritto alla casa, si prendono tutti i meriti, ma non si parla mai di chi ci ha rimesso in quell’operazione.
Si punta il dito contro il proprietario, ma, come abbiamo visto, l’affitto sociale è il risultato di un patto, di una trattativa avviata quasi sempre tra il proprietario dell’immobile e l’amministrazione, e il proprietario riceverà molto di più di quanto pagherà l’inquilino o la famiglia vulnerabile in quell’affitto. C’è stato qualcuno che ci ha rimesso nell’insieme degli affitti sociali stipulati in Spagna? Sì. Il denaro che la pubblica amministrazione stanzia per impedire uno sfratto o per pagare un affitto sociale quando l’immobile è di proprietà privata proviene dalle entrate dello Stato che, in gran parte, sono pagate dai lavoratori (poiché il 75% delle entrate dello Stato deriva dall’Iva e dall’Irpf, che, in misura schiacciante, sono pagate dalla classe lavoratrice).
Si tratta di un chiaro esempio di collaborazione pubblico-privata: la pubblica amministrazione (cioè i lavoratori, poiché contribuiscono alla maggior parte del suo finanziamento) sostiene il costo dell’operazione e i proprietari privati ne traggono i benefici (gli affitti).
La necessità di accesso all’alloggio, creata dal mercato immobiliare, e la ricerca del profitto da parte dei fondi di investimento, la speculazione, ecc., esercitano pressione sulla pubblica amministrazione affinché, in assenza di un parco immobiliare pubblico, soddisfi le richieste di affitto avanzate dai proprietari. Non c’è altra soluzione, ci diranno, per frenare l’emorragia degli sfratti.
Un problema generato dal capitalismo serve a giustificare i profitti proprio di coloro che hanno generato il problema, per continuare a trarne vantaggio anche dopo essersi appropriati di alcune abitazioni che in passato avrebbero potuto essere pubbliche (a questo proposito, si veda ciò che è accaduto con l’edilizia popolare in Spagna).
Ma si tratta di un circolo vizioso perché, pagando gli affitti ai proprietari, quel denaro viene sottratto allo scopo che servirebbe proprio a smettere di pagare gli affitti a quei proprietari; in altre parole, non viene investito per creare un parco immobiliare pubblico e, non disponendo di un parco alloggi pubblico, ciò fornisce all’amministrazione la giustificazione per continuare a pagare tali affitti ai proprietari.
Pertanto, pagare gli affitti ai proprietari con denaro pubblico alimenta il problema, non lo risolve. Quel denaro versato ai proprietari che vivono di rendita letteralmente svanisce, poiché la proprietà degli alloggi continua a essere privata.
Il fatto di pagare con denaro pubblico (cioè con il denaro dei lavoratori) i proprietari privati (che possono essere fondi di investimento, banche, agenzie immobiliari, grandi proprietari) comporta inoltre, come sostenuto nell’articolo citato, una ridistribuzione inversa della ricchezza, cioè dai lavoratori (i poveri) ai ricchi (se si tratta di ricchi rentier come i fondi avvoltoio, le banche, ecc.) e questo, che piaccia o no alla socialdemocrazia e ai partiti riformisti cosiddetti di sinistra che applicano tali politiche, dimostra che essi non distribuiscono la ricchezza proprio come proclamano quegli stessi partiti e quella socialdemocrazia.
Pertanto, chiedere semplicemente alloggi sociali, dato che tali alloggi possono essere di proprietà privata e, di conseguenza, l’affitto sociale che vi si paga può essere sovvenzionato o agevolato con denaro pubblico, non risolve il problema, anzi, al contrario: lungi dal risolverlo, lo rende cronico, impoverendo sempre più l’erario pubblico per far fronte al problema dell’accesso all’alloggio per l’intera popolazione.
Pertanto, l’edilizia popolare che si rivendica deve essere di proprietà pubblica se si vuole risolvere il problema, cosa che né i media né i partiti politici parlamentari spiegano.
Infine, non vorremmo concludere questo articolo senza commentare la misura di punta della destra e del social-liberalismo (dal Pp e Vox, passando per Junts, fino al Psoe): lo sgravio fiscale per i proprietari che affittano le loro abitazioni.
Lo sgravio fiscale comporta una riduzione delle risorse destinate alla creazione di un parco alloggi pubblico o gestito dallo Stato, e ciò in misura sempre crescente, poiché secondo la teoria liberale, per migliorare l’offerta di alloggi in affitto (il loro numero) occorre aumentare la redditività per il proprietario o lo speculatore, il che implica competere con altre forme di rendimento che possono essere offerte a tali investitori.
Così il governo del Psoe-Sumar è passato da una riduzione del 60% al 90%, in alcuni casi, nell’imputazione del reddito netto nelle dichiarazioni dei redditi dei proprietari che affittavano alloggi con la nuova legge statale sugli alloggi (Legge 12/2023, del 24 maggio), stabilendo, a partire da questa, un’agevolazione di almeno il 50% per gli altri casi, e tale maggiore agevolazione nell’imputazione fiscale dei proprietari non è stata accompagnata da un aumento del numero di alloggi in affitto tale da far diminuire il prezzo dell’affitto, ma piuttosto da un impoverimento dello Stato, ovvero, in realtà, dei lavoratori, i quali dovranno compensare con le loro tasse (con il loro sforzo) la diminuzione del gettito fiscale proveniente dai redditi da rendita e dagli speculatori.
La proposta di sgravio fiscale a favore dei proprietari ha vita breve perché, seguendo questa strada, presto smetteranno di pagare le tasse per affittare le loro abitazioni, dato che non sarà più possibile ottenere ulteriori agevolazioni.
Quale sarà il prossimo passo? Pagare i proprietari affinché affittino le loro abitazioni? Cioè, con il denaro dei lavoratori e delle lavoratrici (poiché sono loro la popolazione che in maggioranza paga le tasse dello Stato), si pagheranno ancora di più i proprietari?
Affinché solo pochi possano affittare le proprie abitazioni, con uno sforzo che incide sulla maggior parte del loro reddito? È questa la proposta di Junts?
È chiaro che con questi partiti politici parlamentari l’accesso all’alloggio da parte della classe lavoratrice migliorerà poco o nulla, anzi, sarà proprio il contrario.
























