Partito di Alternativa Comunista

Hanno sparato sul pianista I lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo senza reddito

Hanno sparato sul pianista

I lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo senza reddito

 

 

 

 

di Giacomo Biancofiore

 

 

Musicisti, cantanti, comici, burattinai, attori, ballerini, circensi, artisti di strada o anche coreografi, tecnici del suono, delle luci, scenografi e maestranze in genere, sono quella categoria di lavoratori e lavoratrici che, grazie alla loro arte, allietano il nostro tempo libero e ci fanno divertire, commuovere e sognare.
Quelli che applaudiamo e dall’alto del palcoscenico o di una piazza ci sembrano dei giganti, da poco più di un anno li sentiamo chiamare «lavoratori fragili» dello spettacolo.
Secondo l’Inps sono 327 mila i professionisti dello spettacolo che non hanno alcun inquadramento e che oggi versano in condizioni drammatiche perché lo stesso Istituto non riconosce tutele ad alcune figure professionali che, quindi, non possono far valere le loro posizioni perché non «inquadrate» (e questo vale soprattutto per gli «intermittenti»).
Dopo un anno, a parte il senso profondo di precarietà e disoccupazione, la frustrazione ha preso il sopravvento, soprattutto per la totale mancanza di prospettive che hanno convinto una cospicua percentuale (si stima il 25%) ad abbandonare definitivamente la professione artistica per ripiegare su lavori che consentono quanto meno di «portare il pane a casa».

 

Un anno senza reddito

 

Abbiamo scritto tanto su questo terribile anno di pandemia, ma torniamo al fatidico febbraio 2020 e proviamo a ripercorrere questi quasi 400 giorni dal punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo.
È il 23 febbraio del 2020 quando il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, firma, di concerto con il ministro della Salute, Roberto Speranza, la prima ordinanza che prevede «la sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato»; allo stesso tempo, Fontana si dimostra «disattento» sul settore industriale e sui trasporti che i lavoratori utilizzano per recarsi nelle fabbriche, che non vengono regolamentati. I giorni seguenti, la cultura e lo spettacolo si fermano anche in Veneto, Piemonte, Liguria e via via in tutto il Paese.
A fronte dell’inevitabile chiusura, il ministero della Cultura specifica giustamente che la salute viene al primo posto - almeno nei cinema e nei teatri (a quanto pare, fa un’eccezione per i luoghi dove si producono merci, comunemente chiamati fabbriche) - e destina da marzo a fine 2020 un totale di 350 milioni di euro per tutele e indennità speciali a sostegno degli intermittenti e dei lavoratori dello spettacolo.
Misure tampone che, oltre a avere il limite di essere una tantum, si rivelano del tutto insufficienti; e, come se non bastasse, presentano criteri che escludono le partite Iva: tutte persone che, pur vivendo di spettacolo, non versano contributi ex Enpals.
Tra l’altro, come avviene in tutti i settori e per tutte le forme di sostegno, a beneficiarne sono stati grandi enti, grandi imprese e fondazioni. A tutti gli altri le briciole.

 

Un anno di lotta

 

Da quel maledetto febbraio, in cui abbiamo preso coscienza della catastrofe che stava per dilaniare il pianeta, questi «lavoratori fragili» dello spettacolo hanno mostrato una straordinaria dignità e una consapevolezza per le priorità che non ha avuto eguali.
Su questi lavoratori, probabilmente al pari solo degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, è passato un tir che ne ha per lungo tempo cancellato la voce.
Eppure, nonostante intere famiglie a carico, i lavoratori dell’arte e dello spettacolo sono stati privati di reddito e di qualsivoglia sostegno, rientrando tra i settori più colpiti dalle conseguenze economiche del Covid-19.
Come nel gioco del tiro alla fune, sono stati oggetto di disputa tra chi, in un misto d’incoscienza e follia criminale, tirava da un lato per riaprire e chi, utilizzando un minimo di logica, premeva affinché fosse protratta la chiusura per evitare occasioni di contagio.
In questo clima non hanno mai smesso di lottare per la loro sicurezza e quella degli spettatori oltre che per misure di reddito e di sostegno strutturali.
I presìdi e le manifestazioni si sono alternati a documenti di denuncia e a vere e proprie «esibizioni» di lotta in cui di fragile c’era solo l’accolita d’interlocutori istituzionali: che, come sempre, non dà risposte a chi ha poca inclinazione ad alimentare il sistema capitalista.
E certi lavoratori, per definizione, non sono «inquadrati» né inquadrabili.

 

Il programma di emergenza

 

La Rete intersindacale professionist* spettacolo e cultura (Risp) ha elaborato una piattaforma rivendicativa, i cui punti salienti sono: 1) lo sblocco immediato e la conseguente erogazione dei ristori rimasti in sospeso (Dl ristori 5) durante le settimane d’instabilità governativa; 2) la progettazione e la realizzazione di tutte le misure, economiche e non, relative ai protocolli di sicurezza, necessarie a garantire una completa ripartenza del settore; e 3) provvedimenti finalizzati al finanziamento e al sostegno delle piccole e medie realtà che si occupano di spettacolo e di cultura; queste, a un anno dal blocco del pubblico spettacolo, rischiano di chiudere e di non poter più svolgere il loro fondamentale ruolo legato alla cultura di prossimità su tutto il territorio nazionale.
Per questo e per far sentire la propria voce ai ministeri competenti, al presidente del consiglio dei ministri e al presidente della camera dei deputati, i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo sono scesi di nuovo in piazza il 23 febbraio scorso: ma non tutto è filato liscio, nonostante ci fossero tutti i presupposti per una grande giornata di protesta.

 

Le burocrazie sindacali e le piazze «spaccate»

 

Alla faccia del motto «uniti si vince» come per metalmeccanici, telecomunicazioni, trasporti e chi più ne ha più ne metta, le solite burocrazie sindacali, esperte nell’arte dello «spaccare i lavoratori» hanno maneggiato per convocare i propri iscritti in modo separato e hanno prodotto due piazze differenti: confederali da un lato e indipendenti e auto-organizzati dall’altro.
Due piazze in tante città d’Italia; due piazze inevitabilmente, provocatoriamente e strumentalmente indebolite. Come sempre!
Del resto, la pandemia di Covid-19 ha semplicemente amplificato una situazione che non era certo rosea prima che ad abbassare i sipari fosse la necessità di tutelare lavoratori, lavoratrici e spettatori.
Nel modello di sviluppo capitalista la cultura, lungi dall’essere patrimonio di tutti, è appannaggio esclusivamente di pochi ricchi e intellettuali e gli unici luoghi dello spettacolo presi in considerazione sono quelli che rientrano nei circuiti che muovono interessi che si misurano in denaro, perché lo producono, perché attirano ricchi finanziamenti e perché alimentano l’egemonia culturale delle classi dominanti.
I luoghi e i sipari di quelli che erano e sono considerati «lavoratori fragili» dello spettacolo, però, sono altri e, come abbiamo detto, non alimentando il sistema non potranno mai rientrare nell’agenda di chi quel sistema deve amministrare per conto della borghesia.
Ed è qui che la sacrosanta protesta e la vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo incappa nel suo anello debole, perché nessun «tavolo interministeriale» potrà promuovere quelle «riforme strutturali, formali e fattuali del settore che tutelino realmente non solo grandi enti e grandi aziende ma anche e soprattutto lavoratrici e lavoratori».
Nel discorso del suo insediamento, Draghi è stato chiaro ed esplicito nel ribadire che il piatto ricco in arrivo non sarà disponibile indiscriminatamente; e chiunque abbia un minimo di lucidità sa perfettamente quali parametri utilizzano i «camerieri» dei padroni per apparecchiare la tavola con i relativi distinguo, tutt’altro che puramente casuali.

 

E allora che fare?

 

Così come l’avanguardia politica è lo strumento per il rovesciamento del sistema attuale, l’avanguardia artistica ha il decisivo compito di preparare culturalmente il terreno contestualmente alle giuste rivendicazioni transitorie e deve attaccare i pilastri ideologici su cui si regge l’egemonia borghese. L’unità che bisogna costruire non è quella tra i vertici burocratici dai metodi opportunistici, bensì tra i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore; a loro volta, questi devono costruire un percorso sinergico con le lotte degli studenti.
L’arte è uno straordinario strumento rivoluzionario, uno dei principali in grado di fare incontrare diverse culture e di consegnarci quelle ricchezze; e dare al contempo voce alle istanze sociali. Come è fondamentale costruire il partito rivoluzionario, così è necessaria un'arte rivoluzionaria.

 

Guarda qui la zoom organizzata da Spazio 17 con i lavoratori dello spettacolo:

https://www.youtube.com/watch?v=hCwySRqI4fA

 

 

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