Partito di Alternativa Comunista

Dossier sulle lotte in Bolivia.

Dossier sulle lotte in Bolivia.

 

La Cob prosegue la lotta per la cacciata del presidente Paz

 

 

di Lena Souza

 

Il processo rivoluzionario in Bolivia continua. Dopo oltre un mese di mobilitazioni, blocchi e scontri con il governo, l’assemblea nazionale allargata della Central Obrera Boliviana (Cob), in una riunione ampliata con organizzazioni affiliate e non affiliate, ha deciso di mantenere le misure di pressione e di ratificare la richiesta centrale del movimento: l’immediata uscita di scena del presidente Rodrigo Paz.
La decisione rappresenta una sconfitta politica per la strategia governativa volta a smobilitare le proteste attraverso appelli al dialogo, promesse di negoziazione e la sospensione temporanea dei mandati di arresto contro i leader sindacali e contadini. Nonostante ci siano state pressioni da parte di settori burocratici della direzione del movimento affinché si accettasse la «trattativa» con il governo (in realtà la smobilitazione), la pressione della base e la mancanza di proposte concrete da parte del governo hanno contribuito a far sì che la decisione sia stata quella di proseguire la mobilitazione.
Lungi dal fare marcia indietro, i settori mobilitati hanno ribadito che la crisi non avrà soluzione finché rimarrà al governo colui che considerano responsabile della situazione economica, sociale e politica che vive il Paese.

 

Mantenere e ampliare la lotta

 

La risoluzione esprime lo stato d’animo di migliaia di lavoratori, contadini, indigeni, insegnanti, minatori e settori popolari che considerano esaurita ogni possibilità di trattativa con un governo che ha risposto alle richieste popolari con repressione, minacce di militarizzazione e manovre istituzionali.
Il governo sperava che l’annullamento dei mandati di cattura contro alcuni dirigenti aprisse la strada a una negoziazione. Tuttavia, le organizzazioni sindacali e contadine hanno concluso che le cause profonde del conflitto restano e che l'unica via d'uscita favorevole per le masse lavoratrici è quella di intensificare la mobilitazione.
Uno degli aspetti più importanti dell'assemblea allargata è stato l'ampio consenso raggiunto tra le organizzazioni mobilitate. Gli interventi dei diversi settori erano concordi nel rifiutare qualsiasi trattativa che implichi l'abbandono della richiesta di cacciata del governo.
La decisione riflette un processo di radicalizzazione che si è sviluppato nel corso di settimane di lotta. Le organizzazioni operaie e contadine hanno concluso che il governo ha perso ogni legittimità di fronte ai lavoratori e alla popolazione povera, specialmente dopo aver tentato di utilizzare meccanismi repressivi per contenere le proteste e promuovere l’intervento delle Forze Armate nel conflitto sociale, causando almeno 6 morti tra i lavoratori.
Ma la risoluzione della Cob non è un fatto isolato. Negli stessi giorni, diverse organizzazioni sociali hanno tenuto riunioni, assemblee allargate e incontri per valutare la situazione nazionale. La Federazione Dipartimentale Unica dei Lavoratori Contadini di La Paz Túpac Katari, le federazioni provinciali, le comunità contadine, le associazioni di quartiere organizzate nella Fejuve e diverse organizzazioni indigene e popolari sono giunte a conclusioni simili: mantenere la mobilitazione, continuare con i blocchi e rifiutare qualsiasi soluzione che permetta la permanenza di Rodrigo Paz al governo.
In diverse regioni del Paese, le organizzazioni di base hanno espresso la loro sfiducia nei confronti delle proposte di dialogo promosse dall’Esecutivo e hanno sottolineato che i negoziati servirebbero solo a guadagnare tempo e a logorare il movimento. Per questo motivo, hanno ribadito che la lotta deve continuare fino a ottenere una soluzione favorevole alle rivendicazioni popolari.
Questo fatto ha un'enorme importanza politica. Non si tratta solo della posizione di una dirigenza sindacale o di una particolare organizzazione, ma di un orientamento che attraversa ampi settori di lavoratori, contadini, indigeni, residenti e settori popolari mobilitati. La coincidenza delle risoluzioni tra le principali organizzazioni in lotta dimostra che esiste un'unità d'azione attorno allo slogan della caduta del governo che fa pressione dalle basi verso le dirigenze.
L'unità tra lavoratori urbani, contadini, indigeni e settori popolari è diventata il principale fattore politico della congiuntura e costituisce oggi la maggiore forza del movimento. Quanto più si rafforzerà tale coordinamento tra la Cob, le organizzazioni contadine, le assemblee di quartiere e le comunità mobilitate, tanto maggiori saranno le possibilità di imporre una soluzione favorevole per le masse lavoratrici del Paese. Per questo è molto importante che la Cob si adoperi per cercare di coinvolgere nella lotta i settori che non si sono ancora uniti o che hanno trovato una via d’uscita attraverso negoziazioni settoriali.

 

La posizione deplorevole di Lula

 

Nel mezzo di questo processo rivoluzionario, Lula, presidente del Brasile, si è schierato a fianco del governo Paz, contro la mobilitazione dei lavoratori, in una comunicazione telefonica con il governo boliviano. Ha difeso «il rispetto delle istituzioni democratiche e dello Stato di diritto», e ha affermato che «il governo e i movimenti sociali devono evitare di ricorrere alla violenza e dare priorità al dialogo come via per superare le differenze e preservare la pace sociale».
È deplorevole che Lula si unisca al coro della borghesia latinoamericana e mondiale che sta definendo il processo boliviano come «un colpo di Stato»,    Non si tratta di un colpo di Stato, così comune da parte della destra in paesi come la Bolivia, ma del legittimo diritto di insurrezione del popolo boliviano contro un governo che è stato eletto promettendo di soddisfare le rivendicazioni dei lavoratori e che, subito dopo l’insediamento, ha implementato un piano di estrema destra allineato con Trump. È il governo che sta colpendo il popolo, facendo esattamente l’opposto delle sue promesse elettorali. E i lavoratori hanno il diritto di cacciarlo dal potere.

 

Il doppio potere in Bolivia

 

In Bolivia è in atto un processo rivoluzionario, con la classe operaia in prima linea, alla guida dei contadini e del popolo. Lo sciopero generale a tempo indeterminato e i blocchi stradali (già 104 in questo momento) nel Paese mettono alle strette il governo, impongono una situazione rivoluzionaria e il doppio potere, mostrando chi deve avere il controllo del Paese.
L'unità tra lavoratori urbani, contadini, indigeni e settori popolari è diventata il principale fattore politico della congiuntura e costituisce oggi la maggiore forza del movimento. Ma l'importanza di questo processo va oltre il semplice coordinamento delle proteste. L'ampiezza dei blocchi, la capacità di mobilitazione dimostrata dalle varie organizzazioni e il grado di adesione alle risoluzioni adottate dalla Cob e da altre organizzazioni sociali configurano una situazione di doppio potere nel Paese.
In vaste regioni della Bolivia, sono le organizzazioni mobilitate a determinare di fatto la circolazione delle merci, il transito tra i dipartimenti e l'approvvigionamento delle principali città. L'ingresso di beni di prima necessità, carburanti, generi alimentari e merci dipende sempre più dalle decisioni prese dalle organizzazioni che controllano i posti di blocco. La carenza di prodotti come pollo, carne, benzina e gasolio in diverse città è una dimostrazione concreta dell'enorme capacità di pressione raggiunta dal movimento.
Questa situazione ha provocato importanti perdite economiche per i grandi imprenditori e i settori legati all'agroalimentare e al commercio, che pretendono dal governo una soluzione immediata alla crisi. Tuttavia, nonostante le pressioni del mondo imprenditoriale e dei settori più reazionari, il governo non è riuscito a riprendere pienamente il controllo della situazione né a garantire la normalità economica sul territorio nazionale.
Si tratta di una situazione di estrema instabilità, che può protrarsi solo per poco tempo. C'è stanchezza in alcuni settori dell'avanguardia dopo un mese di mobilitazioni. Ci sono pressioni da parte dei settori burocratici per una conciliazione.
Non esiste, al momento, una frattura delle forze armate in Bolivia, come è avvenuto nei precedenti processi rivoluzionari, quali quelli del 1952, 1983-85 e 2003-04, che hanno reso possibile la caduta dei governi. Finora il governo mantiene il controllo delle forze armate e può dichiarare lo stato d’assedio.
La borghesia di Santa Cruz, di estrema destra, chiede che il governo decreti lo stato d’assedio. Ha anche invocato l’intervento militare di Trump. C’è una divisione nella classe media, con un settore che sostiene lo stato d’assedio e la repressione contro le mobilitazioni. In Bolivia sono tornate con forza le ideologie di estrema destra e di supremazia bianca contro gli indigeni. Ma finora ha prevalso la continuità della mobilitazione, fornendo un esempio per i lavoratori dell’America Latina e di tutto il mondo.

 

Il governo indeciso sul da farsi

 

Il governo ora si sta orientando verso l’invito al dialogo, insieme alla Chiesa. Ma può cambiare politica in qualsiasi momento.
Il dibattito stesso sull’eventuale dichiarazione dello stato di assedio rivela i limiti del governo. Sebbene l'Esecutivo e i suoi alleati abbiano valutato la possibilità di ricorrere a misure di emergenza per cercare di sconfiggere il movimento, finora non hanno compiuto questo passo. Non si tratta di una dimostrazione di forza democratica né di volontà di dialogo, ma del riconoscimento che una misura di tale portata potrebbe scatenare una reazione ancora più potente delle masse mobilitate e aprire una crisi politica dalle conseguenze imprevedibili.
In questo scenario, mentre il governo conserva la gestione l’apparato statale e il controllo delle forze armate, le organizzazioni operaie, contadine, indigene e popolari esercitano sempre più un’autorità reale su ampi settori della popolazione e del territorio. Questa contraddizione esprime una situazione in cui due legittimità e due poteri tendono a scontrarsi: da un lato, il governo e le istituzioni del regime; dall’altro, le organizzazioni di massa che, attraverso la mobilitazione e l’azione diretta, si contendono di fatto la guida della società. L'evoluzione di questa situazione dipenderà dalla capacità del movimento di approfondire il proprio coordinamento nazionale, centralizzare le proprie decisioni e avanzare verso organismi capaci di esprimere politicamente il potere costruito nelle strade e nei blocchi.

 

Qual è la via d'uscita? Nuove elezioni?

 

L'aggravarsi della crisi ha aperto un dibattito sulle possibili vie d'uscita politiche. Tra le proposte che circolano in diversi settori c'è quella di Evo Morales, di indire nuove elezioni come meccanismo per risolvere il conflitto e rinnovare la legittimità delle istituzioni.
Tuttavia, questa alternativa presenta i limiti della democrazia borghese. Questa è un regime dominato dalla borghesia, che con il suo potere economico e il controllo dei mezzi di comunicazione può riuscire a eleggere i propri rappresentanti.
L'esperienza dimostra che le elezioni, da sole, non risolvono i problemi strutturali che hanno dato origine alla ribellione popolare. La crisi economica, la carenza di beni, la dipendenza del Paese dai grandi gruppi imprenditoriali e l'esclusione delle maggioranze lavoratrici dalle decisioni fondamentali non scompariranno semplicemente con un nuovo processo elettorale.
La Bolivia ha già vissuto per anni l’esperienza di governi che si presentavano come rappresentanti dei lavoratori, dei contadini e degli indigeni. Tuttavia, lungi dal rompere con il potere economico delle classi dominanti, hanno finito per governare d’intesa con importanti settori imprenditoriali, rafforzando nuove frazioni borghesi e preservando le basi fondamentali del sistema. Questo è esattamente ciò che è accaduto con l’attuale governo di Paz. Le dispute tra i diversi settori delle élite che oggi si esprimono nella crisi politica e nelle stesse elezioni sono, in gran parte, il risultato di quel processo.
Neanche la sostituzione di Paz con il vicepresidente, Edmand Lara, cambierà realmente la situazione. Lara ha preso le distanze e ha criticato Paz, solo per guadagnare prestigio e proporsi come alternativa per il popolo. Ma, in realtà, si tratta solo di un'altra manovra della borghesia di destra per rimanere al potere.
Nemmeno il ritorno di Evo Morales al governo della Bolivia risolverà alcun problema del popolo. Sono stati i decenni di potere di Evo e del Mas ad aprire le porte al ritorno della destra al potere in Bolivia. Evo ha governato insieme alle multinazionali straniere, sia statunitensi che cinesi, alle quali ha ceduto il litio del Paese.
Per questo, la discussione centrale non deve limitarsi a chi occuperà il Palacio Quemado né a quando si terranno le nuove elezioni. La questione decisiva è chi eserciterà effettivamente il potere e a beneficio di quali interessi. Finché le principali decisioni economiche e politiche rimarranno nelle mani dei grandi imprenditori e delle istituzioni che difendono i loro privilegi, i problemi che affliggono i lavoratori, i contadini e gli indigeni rimarranno irrisolti.
La forza dimostrata dalla mobilitazione mette sul tavolo una prospettiva diversa: che siano le stesse organizzazioni operaie, contadine, indigene e popolari a decidere la rotta del paese e a costruire una via d'uscita indipendente da tutti i settori padronali.
I lavoratori e le lavoratrici devono assumere il potere attraverso le loro organizzazioni: tutto il potere alla Cob, con un programma anticapitalista
L'enorme forza dimostrata dalla mobilitazione nazionale pone una questione strategica: se sono i lavoratori, i contadini e gli indigeni a sostenere la lotta, devono essere anche loro a decidere la rotta del Paese.
Le organizzazioni che oggi guidano i blocchi, le marce e le misure di pressione possiedono una legittimità infinitamente superiore a quella di un governo messo in discussione da ampi settori della popolazione. La Cob, insieme alle organizzazioni contadine, indigene e popolari, deve avanzare nel coordinamento nazionale della lotta e nella costruzione di organismi democratici decisionali a partire dalla base.
La via d'uscita favorevole per il popolo lavoratore passa attraverso il rafforzamento e la centralizzazione dell'organizzazione di coloro che oggi sostengono la lotta. Per il suo peso storico, la sua capacità di mobilitazione e la sua presenza nazionale, la Cob deve porsi alla guida di questo processo, agendo in stretta unità con le organizzazioni contadine, indigene, di quartiere e popolari che sono protagoniste delle mobilitazioni e dei blocchi.
La prospettiva deve essere la costruzione di una direzione unificata di tutti i settori in lotta, capace di coordinare le azioni, definire democraticamente i passi da compiere e presentare un'alternativa di potere di fronte al regime in crisi. Per questo, lo slogan deve essere: Tutto il potere alla Cob, insieme alle organizzazioni contadine, indigene e popolari. Solo un governo sostenuto da queste organizzazioni, basato sulla mobilitazione e sulla democrazia di base, potrà rispondere alle esigenze delle maggioranze e aprire una via d'uscita strategica per strappare il potere dalle mani di chi lo detiene in Bolivia.
La Cob deve assumere il potere, con un programma anticapitalista che annulli tutte le privatizzazioni, nazionalizzi le grandi imprese imperialiste, sciolga le forze armate e consegni le armi alle milizie operaie e contadine.
Solo così si aprirà la strada per un nuovo Stato, uno Stato operaio in Bolivia, con una nuova democrazia, la democrazia dei lavoratori, con delegati eletti dalla base e sostituibili in qualsiasi momento, che ricevano lo stesso stipendio degli operai.
Per un'ampia campagna di unità d'azione in tutta l'America Latina a sostegno delle mobilitazioni in Bolivia, con manifestazioni davanti alle ambasciate!

 

Tutto il nostro sostegno alla lotta dei lavoratori boliviani!

Cacciare Paz!

Tutto il potere alla Cob!

 

2 giugno 2026

 

Bolivia: un po’ di storia

 

di Lena Souza

 

I retroscena dell'attuale esplosione

 

La profonda crisi politica ed economica e l'esplosione popolare che stanno attraversando l'attuale Bolivia non possono essere comprese senza analizzare il ciclo storico iniziato più di due decenni fa. Le strade, che oggi tornano ad essere teatro di scontri, hanno ereditato le lezioni e le contraddizioni di processi rivoluzionari, come quelli del 2003 e del 2005, che non hanno trasformato alla radice la struttura del sistema capitalista né distrutto lo Stato borghese, ma hanno significato solo un ricambio del comando politico.

a) L'insurrezione del 2003 e la caduta del governo di Sánchez de Lozada

Il 2003 segnò l’inizio di una profonda crisi di egemonia per il modello neoliberista introdotto nel 1985. Il secondo mandato di Gonzalo Sánchez de Lozada (“Goni”) iniziò in un contesto di grave crisi fiscale, alti tassi di disoccupazione e un profondo malcontento sociale ereditato dalla precedente privatizzazione delle imprese pubbliche. Il fattore scatenante dell’insurrezione fu il progetto statale di esportare gas naturale verso i mercati degli Stati Uniti e del Messico, attraverso i porti del Cile. Si trattava di frenare il saccheggio delle risorse strategiche da parte delle multinazionali (come il consorzio Pacific Lng), che derubavano lo Stato boliviano pagando royalties del 18%.
La popolazione civile identificò l’esportazione del gas a quelle condizioni come una riedizione della storica spoliazione dell’argento di Potosí e dello stagno dell’inizio del XX secolo. La parola d'ordine unificante del movimento operaio, contadino e delle forze locali divenne la difesa e il recupero delle risorse naturali per l'industrializzazione sovrana del Paese.

La rivolta popolare adottò metodi di lotta radicali e comunitari:

L'assedio alle città: le comunità indigene dell'Altiplano, guidate da Felipe Quispe («El Mallku»), circondarono gli accessi alla sede del governo bloccando le strade strategiche, chiedendo l'annullamento del progetto riguardante il gas e la liberazione dei leader arrestati.
L'insurrezione armata a El Alto: la città di El Alto, a maggioranza migrante e aymara, divenne l'epicentro della resistenza. Organizzati attraverso le Juntas Vecinales (Fejuve) e la Federazione dei Lavoratori di El Alto, migliaia di abitanti paralizzarono la città con barricate, fossati e commissioni di sorveglianza di quartiere per respingere l’avanzata dei blindati dell’esercito.
La risposta del governo di Sánchez de Lozada fu lo scontro militare per schiacciare la protesta, promulgando il «Decreto della Morte» (Decreto Supremo 27209), che esentava dalla responsabilità penale i militari che partecipavano al controllo dell’ordine pubblico. Nell’ottobre 2003, il tentativo dell’esercito di sfondare i posti di blocco dei quartieri a El Alto tramite convogli militari carichi di benzina per rifornire La Paz scatenò il cosiddetto «Massacro di ottobre». Le truppe impiegarono armi da guerra e cecchini contro civili disarmati.
La brutale repressione dello Stato causò la morte di più di 60 persone e almeno 400 furono i feriti. Ma, invece di piegare la resistenza, il massacro di civili generò un'ondata di indignazione nazionale che raccolse il sostegno attivo delle classi medie di La Paz, degli studenti universitari e dei settori professionali, che chiedevano un processo penale per il presidente. Con un gabinetto ministeriale frammentato, privo di sostegno politico parlamentare e screditato dall'opinione pubblica internazionale, Sánchez de Lozada fuggì in elicottero verso gli Stati Uniti il 17 ottobre 2003.
Dopo la fuga di Goni, la successione costituzionale spettava al vicepresidente, lo storico e giornalista Carlos Mesa. Per le strade di La Paz e El Alto, la massa mobilitata discuteva se avanzare verso la presa diretta del potere o consentire la transizione istituzionale.
La Central Obrera Boliviana (Cob), guidata in quel momento da leader come Jaime Solares, adottò una posizione che si rivelò decisiva: decise di revocare il blocco umano e l’accerchiamento militare-popolare del Palazzo del Governo. Concedendo una tregua e rendendo possibile l’insediamento di Carlos Mesa, la direzione della Cob contenne la forza insurrezionale delle basi popolari. Ciò concesse una tregua alla borghesia boliviana grazie alla promessa di Mesa di convocare un’Assemblea Costituente e di indire un referendum sul gas, allontanando la crisi dalle strade e dirottandola verso i canali istituzionali.

b) Deviazione elettorale del processo e l’elezione di Evo Morales

La tregua del 2003 non soddisfece le rivendicazioni di cambiamento strutturale. Nel 2005, una nuova ondata di proteste contro Carlos Mesa (che si rifiutava di nazionalizzare gli idrocarburi) costrinse anche lui a dimettersi. Il movimento popolare esigeva la nazionalizzazione totale senza indennizzo e un’Assemblea Costituente sovrana.
Tuttavia, l’energia rivoluzionaria che minacciava di dissolvere lo Stato borghese fu incanalata verso la via elettorale. Il Movimento al Socialismo (Mas), guidato dal leader cocalero Evo Morales, si presentò come l’unica alternativa istituzionale praticabile per pacificare il paese. Alle elezioni del dicembre 2005, Morales capitalizzò il malcontento e vinse con uno storico 53,7% dei voti. Questo trionfo elettorale deviò processo insurrezionale: la lotta per il potere nelle strade si trasformò in gestione dell'apparato statale esistente.

c) La deviazione del processo insurrezionale

Una volta al potere, il governo di Evo Morales attuò riforme che rispondevano alla pressione dell'Agenda di Ottobre del 2003, raggiungendo una stabilità economica senza precedenti nella storia del paese.
Nazionalizzazione delle imprese petrolifere e minerarie: nel maggio 2006 fu decretata la «nazionalizzazione» degli idrocarburi (Decreto Héroes de Chaco). Attraverso la rifondazione della Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb), lo Stato assunse il controllo della proprietà delle risorse e impose la rinegoziazione dei contratti con le multinazionali, acquisendo fino all’82% dei proventi petroliferi nei giacimenti più grandi. Allo stesso modo, fu riattivata la Corporación Minera de Bolivia (Comibol) e furono    recuperate fonderie strategiche come quella di Vinto.
Distribuzione del reddito petrolifero: il massiccio afflusso di valuta estera derivante dall’esportazione di gas (favorito dal boom delle materie prime) fu in parte destinato agli investimenti pubblici e alla creazione di sussidi sociali universali. Programmi come il Bono Juancito Pinto (per ridurre l'abbandono scolastico), il Bono Juana Azurduy (per le donne in gravidanza) e la Renta Dignidad (una pensione di vecchiaia) tirarono fuori dalla povertà estrema milioni di boliviani e diedero slancio al mercato interno.
Nonostante la retorica anti-imperialista e la proclamazione dello «Stato Plurinazionale», il governo di Evo Morales operò come un fattore chiave di contenimento sociale. Anziché avanzare verso la distruzione dello Stato latifondista e capitalista, il Mas, nei fatti, mantenne la continuità del capitalismo dipendente ed estrattivista. Ciò che fece il governo di Evo Morales fu sfruttare il boom delle materie prime per accaparrarsi maggiori rendite e fare concessioni di tipo assistenziale alle masse, riuscendo ad attenuare la lotta di classe senza intaccare i profitti dell’oligarchia terriera né delle multinazionali.
La mobilitazione indipendente dei sindacati e delle comunità indigene fu sistematicamente scoraggiata o cooptata. Ogni volta che le basi cercavano di infrangere i limiti della proprietà privata o delle leggi vigenti, il governo utilizzava il suo prestigio rivoluzionario per pacificare i conflitti, sostenendo che «attaccare il governo significava fare il gioco della destra». In questo modo, la partecipazione operaia rimaneva subordinata alla burocrazia statale.

d) Evo Morales ha garantito grandi benefici ai proprietari terrieri e al settore bancario

Dietro il discorso socialista, l’amministrazione del Mas consolidò la struttura del potere economico tradizionale, stringendo patti di pacifica convivenza con l’oligarchia dell’Oriente boliviano (Santa Cruz) e il settore finanziario.
Alleanza con l’agroindustria: il governo frenò la riforma agraria radicale nelle pianure. Leggi come quella sulla Funzione Economico-Sociale (Fes) furon rese più flessibili e ci furono “amnistie” per i disboscamenti illegali, garantendo la proprietà dei grandi latifondi dediti all’allevamento e alla coltivazione della soia. Fu promosso l’uso degli Ogm e ampliati i confini agricoli tramite decreti che permettevano incendi controllati, il che avvantaggiava direttamente i proprietari terrieri tradizionali in cambio di pace politica.
Record per il settore bancario: il settore finanziario privato visse il suo periodo di maggiore prosperità economica. Il governo garantì la sicurezza giuridica delle banche private, le quali moltiplicavano i propri profitti anno dopo anno grazie alla liquidità dell’economia e ai consumi interni, senza mai subire tentativi di nazionalizzazione.

e) L'attacco del governo del Mas al movimento contro le pensioni nel 2011 e la consegna delle aree minerarie alle multinazionali

Le contraddizioni del modello sono esplose quando la classe lavoratrice si scontrò frontalmente con gli interessi del governo e dei suoi alleati corporativi.
Conflitto sulla pensione (2011-2013): In occasione della regolamentazione della nuova Legge sulle Pensioni, la Cob e i settori minerari scesero in piazza chiedendo una pensione pari al 100% dell’ultimo stipendio e una riduzione dell’età pensionabile. Il governo di Evo Morales definì le proteste «golpiste» ed «egoiste», mobilitando settori a lui affini per contrastare le marce dei lavoratori.
Concessione mineraria alle multinazionali: nonostante la retorica della nazionalizzazione, la legge sulle miniere e la metallurgia consolidò il controllo delle imprese straniere (come la giapponese Sumitomo nella miniera di San Cristóbal o l’americana Coeur Mining) sui giacimenti più ricchi del paese. Inoltre, furono concesse enormi prerogative alle cooperative minerarie tradizionali — che operano secondo logiche di sfruttamento del lavoro privato — a scapito dell’estrazione statale e dei diritti ambientali delle comunità locali.

f) L’esaurimento di Evo e la ripresa della destra

Verso la fine del decennio 2010, il modello evista iniziò a dare segni di esaurimento a causa del crollo dei prezzi internazionali del gas. Allo stesso tempo, l’ostinazione di Evo Morales a ricandidarsi all’infinito provocò un grave logoramento politico.
Il mancato riconoscimento del risultato del referendum del 21 febbraio 2016 (21F), in cui la maggioranza votò contro una nuova candidatura, gli sottrasse legittimità democratica e gli alienò ampi settori delle classi medie urbane. Questo scenario di malcontento fu abilmente sfruttato dalle forze della destra tradizionale e dai comitati civici imprenditoriali, che riorganizzarono le loro forze, utilizzando la bandiera della «difesa della democrazia» per preparare l’assalto al potere.

g) Colpo di Stato nel 2019

La crisi politica raggiunse il suo punto di rottura nelle elezioni dell’ottobre 2019. A seguito delle denunce di frode elettorale promosse dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) e dell’interruzione del sistema di conteggio rapido, la destra radicale scatenò violente mobilitazioni urbane.
L'insurrezione reazionaria si consolidò quando la Polizia boliviana si ammutinò e le Forze Armate «suggerirono» le dimissioni del presidente. Il 10 novembre 2019, Evo Morales si dimise ed è andò in esilio in Messico (e poi in Argentina). Due giorni dopo, la senatrice di destra Jeanine Áñez assunse la carica di presidente ad interim in una sessione legislativa senza quorum, inaugurando un regime sotto la tutela dei militari che perseguitava i leader sindacali e compiva massacri contro la resistenza popolare a Sacaba e Senkata.

h) La sconfitta del colpo di Stato e l'ascesa di Luis Arce

Il regime di Áñez crollò rapidamente a causa della sua violenta repressione, degli scandali di corruzione in piena pandemia e una disastrosa gestione economica. La resistenza delle basi operaie e indigene si riorganizzò in modo indipendente e nell’agosto 2020, attraverso un blocco nazionale delle strade che paralizzò il Paese, costrinse il governo a fissare una data per le elezioni.
Nell’ottobre 2020, il Mas tornava al potere attraverso le urne. Luis Arce Catacora, ex ministro dell’Economia di Evo Morales, vinse le elezioni presidenziali con il 55,1% dei voti, riflettendo il rifiuto unanime del popolo nei confronti della destra golpista.

i) Il governo di Luis Arce

Il governo di Luis Arce assunse il mandato con la promessa centrale di attuare una «ricostruzione economica». In qualità di ex ministro dell’Economia e considerato l’«architetto» del precedente boom economico, la sua strategia si    basava sull’iniezione immediata di liquidità alle basi operaie e contadine attraverso il Bono Contra el Hambre e sul lancio dell’ambizioso Modello di Industrializzazione con Sostituzione delle Importazioni (Isi). Questo piano statale prevedeva la costruzione di oltre 150 impianti industriali pubblici (impianti di biodiesel, fertilizzanti Npk, raffinerie di zinco e impianti di lavorazione del litio e degli alimenti) con l’obiettivo di trasformare le materie prime locali, ridurre la dipendenza dai prodotti manifatturieri stranieri ed evitare la fuga di valuta estera.
Tuttavia, l'ambizioso piano di industrializzazione statale si scontrò frontalmente con i limiti strutturali e insormontabili del modello estrattivista boliviano. Il sostentamento dell'intero apparato statale e dei sussidi dipendeva storicamente dall'esportazione di gas naturale verso Brasile e Argentina. Decenni di mancanza di investimenti nell'esplorazione di idrocarburi hanno provocato l'esaurimento critico e il declino delle riserve di gas.
Questo declino della principale fonte di reddito del Paese ha innescato un effetto domino catastrofico:
La crisi della carenza di dollari: con la drastica contrazione delle esportazioni di gas, il flusso di valuta estera che alimentava le Riserve Internazionali Nette (Rin) della Banca Centrale si prosciugò. Ciò provocò una carenza cronica di dollari statunitensi nel mercato formale.
La carenza di carburanti: storicamente, la Bolivia sovvenziona internamente il prezzo della benzina e del diesel per mantenerli artificialmente bassi. Non producendo abbastanza petrolio greggio, lo Stato si è visto costretto a importare volumi sempre maggiori di carburanti a prezzi internazionali. Senza dollari sufficienti nelle casse pubbliche per pagare i fornitori internazionali, l’azienda statale Ypfb iniziò a ritardare i pagamenti. Ciò portò a una carenza cronica di gasolio e benzina, costringendo trasportatori, agricoltori e cittadini a fare code chilometriche per giorni interi alle stazioni di servizio.
Alla fine del suo mandato, il governo si ritrovò intrappolato in un vicolo cieco di deficit fiscale e stagflazione, lasciando dietro di sé una situazione di profonda vulnerabilità economica e frattura sociale che spianò la strada al conflittuale panorama politico successivo.

j) Le divisioni all'interno del Mas

Il ciclo politico del Movimento al Socialismo (Mas) entrò nella sua fase terminale a causa di una frattura interna irreversibile. La violenta lotta per la leadership del partito tra l'ala «evista» (fedele a Evo Morales) e l'ala «arcista» (fedele al presidente Luis Arce) divise le principali organizzazioni sociali del Paese.
Entrambe le fazioni si scontrarono in tribunale, in congressi paralleli e con blocchi stradali per ostacolarsi a vicenda. La mancanza di un consenso unitario causò il virtuale divieto di    candidature unificate o appelli all’astensione. Ciò lasciò le basi lavoratrici e indigene frammentate e prive di un’opzione politica coesa.

k) Le elezioni del 2025

In uno scenario segnato dalla profonda crisi del Mas e da una grave crisi economica, nell’agosto del 2025 si tennero le elezioni generali. Il processo elettorale fu condizionato da una recessione aperta che il Paese si trascinava dal 2024, innescata dall’esaurimento delle riserve internazionali, dalla carenza cronica di carburanti e da una grave penuria di dollari che ha fece esplodere il mercato nero. Questo crollo dimostrò che la precedente bonanza non fu altro che un periodo passeggero sostenuto dal boom delle materie prime; con il dissiparsi degli alti prezzi internazionali, il modello del Mas mise a nudo la persistenza del capitalismo dipendente, estrattivista e subordinato che Morales e Arce si erano incaricati di preservare.
In questo contesto, il primo turno elettorale del 17 agosto diede vantaggio al senatore Rodrigo Paz Pereira, del Partito Democratico Cristiano (Pdc), con il 32,1% dei voti, seguito dall’ex presidente conservatore Jorge «Tuto» Quiroga, dell’Alleanza Libertà e Democrazia (Libre), con il 26,8%, consolidando una svolta verso la destra tradizionale come conseguenza della deviazione e del fallimento storico del riformismo governativo.

l) La vittoria di Paz

Il 19 ottobre 2025 si svolse il ballottaggio presidenziale. Contrariamente a molte previsioni dei primi sondaggi, Rodrigo Paz Pereira (figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora) e il suo candidato alla vicepresidenza, Edmand Lara, trionfarono con il 54,5% dei voti contro il 45,4% di Quiroga.
Paz riuscì a imporsi moderando il suo discorso nella campagna finale per conquistare il voto del centro e del progressismo disilluso, presentandosi come un'alternativa istituzionale di fronte alla crisi economica.
Il voto storico del Mas andò in frantumi. L'elettorato, penalizzato dall'inflazione, dalle code per il carburante e dalla mancanza di dollari, punì duramente il partito alle urne.
La sigla ufficiale del Mas-Ipsp ottenne uno storico e marginale 2,48%, passando da una maggioranza di 96 deputati eletti nel 2020 a un unico deputato in Parlamento dopo il conteggio ufficiale del 2025.

m) Le misure di Paz

Con lo slogan di aprire l’economia e attuare un «capitalismo per tutti», il governo di Rodrigo Paz non ha tardato a stringere alleanze politiche con i governi dell’estrema destra internazionale, manifestando un rapido e incondizionato sostegno a Donald Trump e adottando rapidamente un aggressivo pacchetto di riforme di stampo neoliberista e in sintonia con il suo programma economico:
Adeguamento valutario e fiscale: creazione di un Fondo di stabilizzazione valutaria per unificare il mercato del dollaro, accompagnato da una totale liberalizzazione delle esportazioni e delle importazioni insieme a una riorganizzazione fiscale per ridurre le imposte sulle imprese.
Apertura internazionale: un'immediata svolta diplomatica per stringere legami finanziari e politici con gli Stati Uniti e gli organismi di credito internazionali.
Riforme strutturali: proposte di riforma agraria di libero mercato nelle regioni produttive e l'avvio di una riforma costituzionale che l'opposizione denunciò come l'inizio della privatizzazione delle risorse naturali strategiche.
Offensiva giudiziaria: l'annuncio di una profonda ristrutturazione della giustizia con avvertimenti diretti che i leader del governo precedente, in particolare Evo Morales, sarebbero stati perseguiti penalmente.

n) Dalle lotte isolate del 2025 alla ribellione del gennaio 2026: la prima sconfitta di Paz

Nel corso del 2025, la resistenza delle masse boliviane di fronte alla crisi valutaria e alla recessione ereditata dal 2024 cominciò a manifestarsi attraverso una serie di lotte isolate, settoriali e frammentate in tutto il paese. Le proteste dei sindacati contro l’inflazione, gli scioperi degli autisti per la mancanza di carburante, gli scioperi degli insegnanti per il bilancio e i blocchi contadini locali operarono inizialmente in modo dispersivo. Tuttavia, questo scenario cambiò radicalmente con la promulgazione del violento pacchetto neoliberista, il Decreto Supremo 5503, che eliminava i sussidi ai carburanti, congelava gli stipendi pubblici, tagliava la spesa dello Stato e deregolamentava l’economia per aprire le risorse strategiche al capitale transnazionale. Il decreto funzionò come il detonatore definitivo unificando la rabbia accumulata di tutte le categorie sfruttate. Rompendo l’isolamento settoriale e travolgendo le proprie dirigenze, i diversi settori in lotta centralizzarono le loro forze nella grande mobilitazione nazionale del gennaio 2026, che radunò più di 500 mila persone nelle strade e paralizzò il paese attraverso blocchi stradali e scioperi operai. Questa colossale azione diretta di massa inflisse la sua prima grande sconfitta al governo di Rodrigo Paz, costringendolo ad abrogare completamente il decreto.

o) L'esplosione del maggio 2026

La frammentazione sociale si è definitivamente spezzata nel maggio 2026, confluendo in una massiccia esplosione sociale di portata nazionale. La persistente carenza di carburante, i bassi salari divorati dall’inflazione e il rifiuto categorico della privatizzazione occulta delle risorse naturali hanno unificato i comitati civici popolari, i sindacati indipendenti e le comunità contadine.
Le principali autostrade del paese sono bloccate, paralizzando il traffico logistico e interrompendo gli accessi chiave alla città di La Paz. Mentre il presidente Rodrigo Paz insiste pubblicamente sul fatto che esistono «gruppi radicali che non vogliono dialogare» e criminalizza le marce, la classe operaia, gli indigeni e i settori popolari della Bolivia hanno recuperato i loro metodi storici di azione diretta, aprendo un nuovo capitolo di scontro nelle strade che ricorda le giornate insurrezionali del 2003 e mette in scacco la stabilità del nuovo regime capitalista.

Via Rodrigo Paz! Costruiamo un'alternativa rivoluzionaria per il Paese!

Lo scenario di scontro che oggi paralizza la Bolivia segna l'esaurimento definitivo delle illusioni riformiste. L'esperienza storica ha dimostrato che i governi di conciliazione di classe, come quelli di Evo Morales e Luis Arce, hanno costituito un inganno strategico per la classe operaia: cambiare il comando politico dello Stato borghese senza trasformare radicalmente il sistema socioeconomico è servito solo a dare ossigeno alla borghesia latifondista e alle multinazionali e a facilitare il successivo ritorno di piani neoliberisti brutali come quello di Rodrigo Paz.
Le lezioni accumulate lasciano un insegnamento inconfutabile ai settori in lotta: le masse trionfano solo quando unificano le proprie rivendicazioni disperse nelle strade, travolgono le burocrazie sindacali e confidano esclusivamente nelle proprie forze in modo indipendente. Pertanto, il compito del momento di fronte all'attuale esplosione nazionale non è negoziare briciole o nuovi patti istituzionali, ma, come già proposto da chi lotta, rovesciare il governo affamatore di Paz.
Allo stesso tempo è indispensabile la costruzione di una propria alternativa rivoluzionaria, affinché la classe lavoratrice, insieme ai contadini, agli indigeni e ai settori popolari, possa prendere le redini del paese, risolvere i compiti democratici e istituzionali in sospeso e fondare, sulle rovine dello Stato borghese, una Bolivia socialista.

 

27 maggio 2026

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