Partito di Alternativa Comunista

Amendolara: l’indignazione non basta, fermiamo l’orrore del capitalismo!

Amendolara: l’indignazione non basta,

fermiamo l’orrore del capitalismo!

 

 La rivolta di Rosarno nel 2010

di Giacomo Biancofiore

 

 

È davvero possibile permettere che ad Amendolara, così come a Marsala o nel vicentino, tutto ricominci come prima dopo questi ultimi, orribili fatti di sangue?
Da giorni leggiamo svariate versioni su quello che è accaduto ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti, un pachistano Waseem Khan, di 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27), sono stati uccisi bruciati vivi lunedì scorso. Una notizia che ha giustamente creato indignazione eppure è solo l’ultima pagina di una storia fatta di stragi, sfruttamento e ricatti in cui lo Stato è tra i principali protagonisti.
La testimonianza del 35enne afghano scampato alla strage strappa ancora una volta il velo di ipocrisia della retorica borghese, mostrando la natura intrinsecamente violenta del modo di produzione capitalista. Nel settore del proletariato agricolo si consuma ogni giorno una vera e propria riduzione in schiavitù legalizzata. Privare i lavoratori immigrati dei diritti fondamentali e del permesso di soggiorno non è un malfunzionamento del sistema, ma un disegno economico preciso: la minaccia costante dell'espulsione rende queste persone totalmente ricattabili, garantendo ai proprietari terrieri enormi profitti.

 

Il meccanismo del ricatto e dello sfruttamento

 

Il mercato agricolo odierno si regge su dinamiche di sfruttamento estremo, dove la vulnerabilità giuridica dei lavoratori e delle lavoratrici si traduce in violenza quotidiana.
I braccianti affrontano salari miserrimi, spesso pari ad appena un euro all'ora, e interi mesi di lavoro non pagati, nell'impunità totale per il padronato. L'assenza di contratti cancella ogni copertura o tutela, mentre il controllo violento dei caporali agisce in totale combutta con le organizzazioni mafiose e criminali del territorio.
Questa violenza prosegue nell'inferno dei ghetti. Migliaia di braccianti sono costretti a vivere ammassati dentro capannoni, fabbriche dismesse ed edifici abbandonati. Si tratta di luoghi malsani, privi di servizi igienici minimi e altamente pericolosi per la salute; strutture dove la dignità e la stessa esistenza vengono calpestate nel silenzio complice delle istituzioni.

 

Le responsabilità della politica borghese

 

A tutto ciò si aggiunge un clima di pesante intolleranza razziale e xenofoba alimentato dai governi di ogni colore per gestire le contraddizioni della crisi del capitalismo. Dalla legge Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, fino ai pacchetti sicurezza di Amato, Maroni, Conte, Salvini, Piantedosi-Meloni e alle direttive europee, tutti gli schieramenti borghesi hanno promosso politiche razziste e costruito centri di espulsione. L'obiettivo è sempre rendere l'ottenimento del permesso di soggiorno un percorso a ostacoli, spingendo masse di lavoratori nell'illegalità per indebolirli e renderli vulnerabili sul piano economico.
L'economia capitalista ha un disperato bisogno di questo «esercito di riserva» privo di diritti per gonfiare i profitti del padronato. Prima il capitalismo imperialista distrugge i Paesi d'origine con guerre, multinazionali e il saccheggio delle risorse, poi costringe i lavoratori a emigrare per sopravvivere e li criminalizza trasformandoli in «clandestini».
La guerra tra poveri che ne deriva serve a dividere la classe lavoratrice e le divisioni indeboliscono tutti, per questo è fondamentale spiegare che la lotta per i diritti dei lavoratori immigrati è la lotta di tutta la classe operaia.

 

La lotta di classe nelle campagne meridionali

 

La brutale strage dei quattro giovani braccianti, arsi vivi per essersi ribellati alla miseria di vivere ammassati in dieci in una stanza e per aver preteso contratti e salari dignitosi, si inserisce in una lunga linea di sangue nelle campagne meridionali, che è    sempre andata di pari passo con la lotta di classe.
Nell'ottobre del 1949, a Melissa, i carabinieri dello Stato borghese spararono contro i contadini poveri che occupavano le terre incolte dei baroni, assassinando tre braccianti (tra cui una giovane donna, Giuseppina Ripamonti). Tra il 1967 e il 1972, la Calabria fu attraversata da una straordinaria stagione di lotte contadine radicali (come i blocchi e gli scioperi a Cutro e nel lametino). In quegli anni, ampie fette di bracciantato provarono a rompere con la linea parlamentare e concertativa dei partiti borghesi, cercando una democrazia diretta di base e di classe.
Nel gennaio 2010, la rivolta dei braccianti di Rosarno dimostrò che la fame e il sopruso esasperano le masse fino a provocare l'esplosione sociale. Anche allora, i lavoratori africani si ribellarono alla violenza squadrista dei clan e dei padroni.

 

Le lezioni di ieri e di oggi

 

Dalle lotte mai sopite alla strage odierna si possono trarre alcune lezioni. Intanto che la violenza non è un'anomalia di chissà quale clan o banda, ma il braccio armato del padronato agrario. Ieri il latifondista si difendeva con la celere di Scelba, oggi il proprietario capitalista e la Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) delegano la violenza poliziesca ai caporali e alle organizzazioni mafiose, mantenendo le mani pulite e i profitti intatti.
Le direzioni sindacali e il riformismo della sinistra borghese sacrificano la prassi rivoluzionaria e i presidi territoriali sull’altare della contrattazione burocratica e della concertazione con i governi borghesi. Le direzioni sindacali hanno lasciato un vuoto politico immenso e questo vuoto è stato capitalizzato dal caporalato, che ha frammentato i lavoratori e trasformato i nuovi braccianti immigrati in soggetti privi di qualsiasi difesa.
La rivolta di Rosarno fallì nel lungo periodo perché rimase un focolaio isolato, privo di una direzione rivoluzionaria capace di saldare quella protesta contadina alle lotte degli operai industriali e dei lavoratori autoctoni.
Infine la strage di Amendolara dimostra che i braccianti afghani e pakistani caduti non erano vittime passive: erano avanguardie coscienti che si stavano ribellando e organizzando un nucleo di resistenza interna per il salario e la dignità. Il loro assassinio è un attacco preventivo del capitale per spegnere sul nascere la nascita di un nuovo sindacalismo di classe nelle campagne.
I fatti storici ci insegnano che il capitalismo agrario meridionale non si riforma con i decreti governativi o con gli appelli morali alla «legalità». Si abbatte solo con il supporto di un’organizzazione in grado di dare una prospettiva rivoluzionaria e internazionalista.

 

Il ruolo della Gdo

 

Come abbiamo provato a spiegare bisogna rifiutare la narrazione borghese che dopo ogni tragedia riduce tutto a una mera questione di «criminalità locale» o di «caporali cattivi». I caporali sono solo gli aguzzini che portano la violenza sul campo.
Il vero vertice economico di questa catena di sfruttamento è la Grande Distribuzione Organizzata (Gdo).
La Gdo agisce come il principale dispositivo di estrazione del plusvalore nel capitalismo agrario, operando attraverso dinamiche strutturali ben definite: dettano le condizioni di mercato all'intera filiera agroalimentare, per esempio attraverso pratiche commerciali come le aste elettroniche al doppio ribasso che costringono i produttori agricoli locali a vendere i propri prodotti (come le fragole della piana di Amendolara) a prezzi inferiori al costo reale di produzione; i piccoli e medi proprietari terrieri, schiacciati dai margini di profitto irrisori imposti dai monopoli della distribuzione, scaricano sistematicamente questa pressione economica sull'anello più debole della catena, la forza lavoro; in questo quadro, il caporalato e le organizzazioni mafiose non sono anomalie esterne al mercato, ma componenti funzionali e integrate del capitalismo, una sorta di esternalizzazione per conto dei proprietari terrieri e, indirettamente della Gdo, del costo e del rischio della gestione della manodopera.
I marchi della Gdo lavano la propria coscienza e mantengono intatta la propria immagine pubblica attraverso certificazioni di facciata e «codici etici» di responsabilità sociale. Queste pratiche ipocrite servono a nascondere il fatto che il profitto accumulato dai colossi della distribuzione gronda del sangue dei lavoratori immigrati segregati nei ghetti. La Gdo compra consapevolmente merci a prezzi che sa essere incompatibili con il rispetto dei contratti collettivi e dei diritti umani elementari.
La strage di Amendolara dimostra che la filiera agroalimentare capitalista è una piramide di violenza strutturale: al vertice ci sono i profitti miliardari dei monopoli della Gdo, alla base ci sono i corpi bruciati di chi ha osato chiedere cinque euro all'ora. La lotta contro il caporalato non può che essere una lotta anticapitalista contro il potere dei monopoli della grande distribuzione.

 

Il fallimento delle direzioni sindacali e della sinistra riformista

 

Davanti a questo scenario, oltre a quella con cui abbiamo aperto l’articolo, sorgono altre domande: qual è il ruolo dei partiti borghesi, delle direzioni sindacali e delle forze della cosiddetta sinistra? Perché non presidiano stabilmente i territori dello sfruttamento? Perché non vanno nei campi a pretendere il raddoppio del salario e a verificare l'iscrizione dei lavoratori nei libri paga?
I sindacati sono stati assenti per anni, limitandosi a denunce rituali e delegando il controllo formale alle autorità dello Stato borghese, quello stesso Stato che, con le sue forze di polizia, assiste in silenzio allo sfruttamento quotidiano dei lavoratori agricoli; un’indifferenza istituzionale che si trasforma immediatamente in violenza e repressione non appena questi proletari si ribellano per difendere il proprio diritto alla vita.
Non si può permettere che, spenti i riflettori della cronaca, tutto ricominci sempre come prima. Prendiamo esempio da Rosarno, dove i lavoratori in rivolta hanno dimostrato che possono soltanto dare l'avvio alla mobilitazione, ma anche che non si può scaricare interamente sulle loro spalle il peso dell'abbattimento di un sistema criminale senza una sponda politica e sindacale di classe.

 

Le nostre rivendicazioni e il compito dei rivoluzionari

 

Le passate rivolte nei campi, dalla Calabria alla Puglia, ci hanno dato la percezione che le condizioni oggettive per cambiare questo sistema ci sono tutte e al momento opportuno esplodono, per questo motivo non possiamo limitarci a commentare e indignarci di fronte a questi orribili «fatti di cronaca».
Per questo il Partito di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit, la Lega internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale oltre ad esprimere totale solidarietà a tutti i braccianti in lotta fa appello alle organizzazioni sindacali e associative per mobilitarsi immediatamente sui seguenti punti: permesso di soggiorno immediato per tutti gli immigrati sul territorio nazionale; tutele sindacali piene e stessi diritti civili dei lavoratori nativi; diritto all'autodifesa organizzata contro le aggressioni razziste e squadriste; contratto di lavoro e posto fisso con salari dignitosi legati al costo della vita; alloggi pubblici stabili e in buone condizioni igienico-sanitarie per chi ne è privo.

È il momento di rompere gli indugi e organizzarsi per l'alternativa di potere della classe operaia!

 

 

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