Il fallimento di Trump e l’accordo
per riaprire lo Stretto di Hormuz

di Fabio Bosco
Il 16 giugno il presidente Trump e il governo iraniano hanno firmato un memorandum d’intesa per riaprire lo Stretto di Hormuz. Il memorandum stabilisce un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano, per 60 giorni. L’Iran si è impegnato a consentire la navigazione nello Stretto di Hormuz senza richiedere il pagamento di un pedaggio. Trump si è impegnato a cessare il blocco dei porti iraniani e a sospendere le sanzioni relative all’esportazione di petrolio iraniano.
Contenuti e significato del memorandum
Il memorandum prevede negoziati sul blocco del progetto d'arricchimento dell’uranio iraniano, nonché sulla destinazione dei 400 chili di uranio già arricchito al 60%, in cambio della revoca di tutte le sanzioni imperialiste, dello sblocco dei fondi iraniani all’estero (circa 100 miliardi di dollari) e della costituzione di un fondo di investimenti privati in Iran del valore minimo di 300 miliardi di dollari, che saranno realizzati principalmente dai paesi del Golfo.
Il memorandum non è un accordo di pace e può essere revocato. Al momento lo Stato di Israele si rifiuta di ritirarsi dal sud del Libano, il che rappresenta una minaccia per i negoziati.
Il memorandum è il risultato del fallimento della strategia imperialista di Trump, in collaborazione con Israele, volta a rovesciare il regime iraniano e a smantellare il programma nucleare e balistico del Paese, così come il suo appoggio ad organizzazioni alleate del cosiddetto «Asse della Resistenza» (Hezbollah, Hashd al-Shaab iracheno, AnssarAllah/Houthi yemeniti e Hamas).
Il regime iraniano è sopravvissuto ai pesanti bombardamenti imperialisti e ha persino dimostrato la propria capacità di attaccare i Paesi vicini che ospitano basi statunitensi, nonché di controllare il flusso delle navi attraverso lo strategico stretto di Hormuz, con un forte impatto sull’economia mondiale.
A pesare su Trump sono state la prospettiva di una recessione economica internazionale causata dal blocco dello stretto di Hormuz, la divisione intra-borghese all’interno degli Stati Uniti e l’impopolarità della guerra tra la popolazione del Paese, che potrebbe riflettersi nelle elezioni di medio termine nella seconda metà dell’anno.
In questo momento, Trump ricorre a un piano B: integrare l’Iran nel mercato mondiale e controllare settori chiave dell’economia del Paese attraverso investimenti stranieri, in collaborazione con il governo iraniano. In questo modo, colpisce l’economia cinese, che è la grande beneficiaria del petrolio iraniano a basso costo e che dunque passerebbe a pagarlo a prezzi internazionali. Il successo di questo piano di «colonizzazione» economica è incerto e non esclude nuovi attacchi militari.
L’impatto del fallimento dell’aggressione militare
Il piano di un «Nuovo Medio Oriente» sotto l’egemonia israeliana, basato sull’eliminazione del cosiddetto «Asse della Resistenza», è fallito. Il regime iraniano e i suoi alleati, sebbene militarmente indeboliti, sono sopravvissuti e sono in grado di ripristinare la propria forza e influenza regionale. Inoltre, l’Arabia Saudita ha stretto un’importante alleanza con il Pakistan, la Turchia, l’Egitto e il Qatar come alternativa sia a Israele che all’ «Asse della Resistenza». Da parte sua, Israele mantiene sotto occupazione vaste aree nel sud del Libano e della Siria, oltre all’intera Palestina, e conta su alleati nella regione come gli Emirati Arabi Uniti. Oggi esiste un Medio Oriente multipolare in cui ogni Paese negozia direttamente con i Paesi imperialisti.
La questione palestinese non è stata inclusa nel memorandum, nonostante il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania continuino. Tuttavia, l’indebolimento di Israele nel contesto regionale, insieme al perdurare della Resistenza palestinese e della solidarietà internazionale, tende a riportare la questione palestinese nell’agenda mondiale.
Sulla scena mondiale, l’impatto è multiforme. Si assiste a un’accelerazione della corsa agli armamenti e a un importante sviluppo di nuove tecnologie relative a droni e missili a basso costo. I Paesi dipendenti dal petrolio cercano di diversificare le fonti energetiche ricorrendo al carbone, all’energia nucleare e alle energie rinnovabili.
Ma l’impatto più significativo è la dimostrazione che una potenza militare, per quanto forte possa essere, non è invincibile. L’imperialismo statunitense e lo Stato di Israele, nonostante la loro enorme superiorità militare, non sono riusciti a sconfiggere l’Iran. Lo stesso vale per l’imperialismo russo, che sta incontrando molte difficoltà nell’imporre la propria volontà all’Ucraina. È proprio nel pieno di questi scontri e delle rivolte operaie e popolari in vari paesi, come in Bolivia e Albania, che si sta forgiando un nuovo ordine mondiale.
In ogni caso, in Libano continua la lotta per cacciare le truppe israeliane. Questa stessa lotta potrebbe rafforzarsi in Siria. Ci schieriamo a fianco della Resistenza libanese guidata da Hezbollah, della Resistenza palestinese guidata da Hamas e degli attivisti siriani che lottano contro l’occupazione israeliana, senza però dare sostegno politico alle loro direzioni.
























